23.2.08

E una tremula mano 

posted in Voci by Giusy - per gentile concessione a LucaniArt

di Giusy Pontillo

E una tremula mano
stringe i pensieri
come stelle filanti;
giace sull’orlo
l’appiglio del vento
e spenta
cade la luce del sole
sulla terra cava:
è stata la disperazione
a togliere il respiro alla notte.
Domani raccoglierò
i resti di ciò che mi resta.


GIUSY PONTILLO è nata a Grassano il 18 marzo 1960. Per un riferimento bio-bibliografico consultare il link all'indirizzo:
http://www.grassano.org/giusi-pontillo/index.html

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30.1.08

Ho lasciato 

posted in Voci by Vincenzo per gentile concessione a LucaniArt

di Vincenzo Capodiferro

Ho lasciato il mio paese,
un gruzzolo di case
tremanti di freddo,
arse di noia tutto l’anno.
Ho lasciato pietra su pietra
senza calce, embrici
abbracciati sui tetti,
vecchi seduti a contare
i giorni al trapasso.
Ho lasciato il bosco avito
di faggio, turbine
di verde sollevato
al cielo. Ho lasciato
il fiume che mangia
i piedi del mio paese,
incurante sulla roccia,
il fiume dove fanciullo
bagnavo l’infanzia mia.
Non più le bionde messi
e gli armenti ridenti
sui poggi montuosi,
non più la freccia dell’aratro
solcare il suolo riarso,
non più gli asini vagare
nei vicoli di pietra
e penombra.
Ho lasciato che morisse
di vecchiaia il mio paese,
vegliardo inchinato
al re Raparo da mille anni.
Ho lasciato tutto
il suo baratro di silenzio.
Nella mia lontananza
risuona l’eco
del suo fantasma.

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13.1.08

Nonna Maria 

Posted in Voci -by Rossana per gentile concessione a LucaniArt
di Rossana De Lorenzo
A guardarla, non le si darebbero i suoi 90 anni. Gli occhi vispi, come piccole perle nere vive, scrutano il mondo, con la curiosità di chi lo osserva per la prima volta. Con la curiosità di chi, pur avendolo visto cento, mille volte nella propria vita, stenta a conoscerlo tutto. A questa costante e tenera esplorazione, fa seguito uno scomposto movimento delle mani, che rugose come la corteccia di un albero, si annodano l’una all’altra, per stemperare un misto di paura e genuinità.
Strette in una morsa insolubile, le mani trovano appoggio sul grembo, rigonfio come il ventre di un neonato, mentre quello sguardo si perde tra le ombre spesse di occhiali inforcati proprio sulla punta del naso. E le gambe, avvizzite dagli anni, dall’età, che tanto la spaventa, si muovono nell’infaticabile ricerca di una postura più comoda, sulla poltrona di pelle, che l’abbraccia. Che abbraccia la piccola figura di nonna Maria. La vita, la sua vita, non le ha concesso molto. Piuttosto lei ha dato qualcosa alla vita, al mondo, che l’ha accolta umilmente quasi un secolo fa. L’ultima di 10 figli, la bimba di casa, a cui il ferreo rigore genitoriale aveva permesso il lusso di studiare. Licenza elementare e poi lavoro, duro lavoro, nient’altro che sacrifici in gioventù. L’amore, quello vero, l’aveva rapita quando era ancora tanto giovane. All’età di 30 anni, aveva già tre figli da accudire, con tutto l’affetto di cui era capace. Soprattutto con tutte le sue forze, perchè il padre dei suoi figli, era partito per il fronte. Siamo negli anni della Seconda Guerra Mondiale.Quanto è stato difficile rimanere aggrappati alla speranza, nonna Maria lo sa bene.Ed ora, nella ripetitività delle sue giornate senili, non le resta che il ricordo ineffabile di ieri, per sempre. (leggi l'articolo anche su http://lucaniart.wordpress.com/)
(racconto inedito, 2007)

Rossana De Lorenzo (Potenza, 1984), è una giovane studentessa di scienze della comunicazione, con la passione per la scrittura e la lettura di differenti generi letterari. Attualmente collabora con una testata giornalistica potentina, "Controsenso", oltre a mantenere vivo il proprio interesse per ogni forma di sinergia culturale.

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26.12.07

Nel petto 

posted in Voci -by Giovanni per gentile concessione a LucaniArt Voci

di Giovanni Di Lena

Abbandonata
come una chiesa di campagna
è questa gente insolita.

Con ceri votivi
e pie processioni
tiene accesa l'anima
di una terra ormai sventrata.

E' racchiuso nel mio petto
il mistero di questa gente
abbagliata
da una luce remota

(testo inedito)
Pisticci, 2007

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27.11.07

Anna Ardù 

posted in Voci -by Raffa per gentile concessione a LucaniArt
di Flora Delli Quadri
Anno scolastico 1949-50, prima elementare.
Compagna di scuola per brevissimo tempo, forse tre mesi, da marzo a maggio.
Orfana, ospite di una zia.
Si chiamava Anna Ardù, cognome dal suono diverso dai soliti cognomi del paese, e per questo memorabile.
La zia non rideva mai quando giocavamo a casa sua, esprimeva solo stizza, come se accudire questa nipote e assecondare i suoi bisogni di bambina costituisse un enorme peso.
In quei tre mesi Anna indossò sempre lo stesso vestito, un gonnellino arricciato con l’elastico infilato in vita e due magliette striminzite che alternava.
Ho un film che mi gira nella memoria, sempre la stessa scena, immutabile nel suo replay. Giochiamo nella piazza vicino casa mia, a fare l’acchiapparella. Anna corre e all’improvviso le si rompe l’elastico, non quello della gonna però, ma quello delle mutande, anch’esse fatte a mano con stoffa di recupero, e anch’esse con l’elastico infilato in giro in giro nell’orlo superiore. Io guardo con un misto di sorpresa, di divertimento e di paura lei che, accovacciata e imbarazzata, si guarda attorno non sapendo cosa fare. Le altre amiche sghignazzano.
Il gioco finisce e il film si interrompe.
Da quel giorno Anna non giocò più con noi e dopo poco non venne più neppure a scuola.
Un giorno chiesi a mia madre:
- Mamma, ma Anna dov’è andata?
- E’ partita
- È partita ?!! Allora non verrà più a scuola!
- No!
- Come sono morti i suoi genitori?
- Non lo so, è un’ebrea
- Che vuol dire che è ebrea?
- Mmmmhh!!!
Non me lo spiegò mia madre cosa volesse dire quel monosillabo, né perché Anna era orfana, né perché quell’essere ebrea non si potesse spiegare. L’ho capito molto tempo dopo, quando la memoria collettiva ha fatto diventare storia l’attualità terribile di quegli anni.
Quando si proietta nella mia mente, il che accade piuttosto spesso, vorrei entrare in quel film e correre lì per aiutarla, chiederle scusa e abbracciarla, dirle di non preoccuparsi perché non l’ha vista nessuno e che se vuole possiamo andare da mia madre che può ricucire l’elastico. Ma è solo un film, di pochi fotogrammi che si interrompe sempre li, sul suo corpo accovacciato per terra, sul suo sguardo spaurito e sul suo viso rosso per la vergogna di fronte alle risate delle amiche. Il film poi ricomincia daccapo, senza soluzione di continuità e io non posso modificarne le scene.
Non so niente di Anna, né perché in quella breve stagione è venuta ad abitare al mio paese, né chi erano i suoi parenti. Non so dove sta, né se è ancora viva.
Mi è rimasta nel cuore profondamente, vorrei poterla riabbracciare e, insieme a lei, tornare indietro nel tempo per girare un altro film, con un finale diverso.

Flora Delli Quadri nasce nel 1944 ad Agnone (Isernia). La formazione politica del genitore, socialista, antifascista e perseguitato, conduce Flora alla militanza politica in un gruppo denominato Gruppo 38, che negli anni '70 fu l'artefice del rinnovamento politico e culturale molisano. La naturale evoluzione della sua militanza la porta ad essere membro attivo del PCI, in ambito locale e regionale. Si trasferisce nel 1975 in provincia di Cosenza, dove attualmente vive e insegna (matematica).

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5.11.07

Lucania 

posted in Voci by Vincenzo - per gentile concessione a LucaniArt

di Vincenzo Capodiferro

Ti ho visto.

Tra le selve inodori
Del solitario alpeggio
Tra il misto
Color dei fiori
D’un lago su un ormeggio.

Non sei tu.

Alpi fragrante e forte
Tu vincitore della morte.

Non sei più.

Tu d’una coltre di selve
Nascosto, di stuoli di belve
Animato. Laggiù.

Terra lucente.
Terra virente.
Terra ingrata.
Terra dimenticata.

Dimentichi invano i tuoi figli,
Dimentichi dei tuoi scompigli,
Lucania.

Ti ho visto.

Tra le balze rupestri,
Tra i prati agresti,
Tra i rivi alpestri.

Non sei tu.

Raparo fiammante,
Deserto di pace,
Di armenti l’amante,
Calanco di Antrace,
Il vello transumante
Il tratturo ferace.

Terra di luce.
Terra di ombra.
Terra di duce.
Boschi e penombra.

Ti ho visto.

Tra le onde spumose,
Le piagge confuse.

Non sei tu.

Tu, Siri, amoroso.
Tu, Achero, furioso.
Torrente di guerra.
Torrente di Serra
Tra le acque lustrali,
Sorgenti astrali
Dei monti addossati, alti,
I manti cretosi,
I fulgidi rialti
Dei sassi pietrosi.

Qui Elea.
L’Essere crea.
Lì Metaponto.
Le Monadi e il Mondo.
Qua il Sambuco
Di Annibale il buco.
Là … il vuoto.
Silenzio e terremoto.

Ti ho visto.

Tra mete oscure
Di cuori e paure,
Ansie e speranze,
Gioie e rimembranze.

Terra lucana
Terra romana
Terra gotica, terra bizantina
Terra saracena, normanna, angioina
Terra spagnola, terra francese
Terra di briganti, terra piemontese

Ti ho visto.

Nei volti
Di perduti emigranti,
nei paesi sconvolti,
senza figli, desolanti.

Madre sterile.
Madre lontana.
Madre nubile.
Madre insana.

Ti ho visto…!


(testo inedito)

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7.10.07

Albero 

posted in Voci by Nunzio -per gentile concessione a LucaniArt

di Nunzio Festa

Gli alberi accatastati
addossati
si chiamano legna

da aspettare

riconoscere

per sentirsi alleggerire
dai brividi
dei lividi che vanno e vanno
e sanno tutto
di me

di sciocchezze purezze
sulla forma

su pietra
di lei che ci sente

prendo l’albero
rinato
sotto un viso
sopra visi

foglie come sorrisi
da sventolare


aspettare
che la bellezza di tutti
sia bellezza un po’ mia


(testo inedito)

Nunzio Festa (scrittore, giornalista) nasce a Matera nel 1981 ed inizia a leggere e scrivere poesie all'età di diciassette anni, mentre frequentava l'Istituto Tecnico Commerciale.
La sua pubblicazione è frutto della conoscenza, se pur autodidatta ed un po' rude di numerosi poeti italiani e stranieri delle tendenze più diverse: Rimbaud, Pasolini, Penna, Vendola, e tanti altri.
Nel mese di febbraio 2004 ha pubblicato con Montedit
"E una e una" - Collana I gigli (poesia) 14x20,5 - pp. 36 - Euro 5,50 - ISBN 88-8356-644-0.

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14.9.07

Schiappino 

posted in Voci by Rosario - per gentile concessione a LucaniArt

di Rosario Castronuovo

La scuola era un rifugio sicuro, perché quando arrivavo il mattino trovavo una maestra buona e comprensiva che, a differenza di mia madre, non mi picchiava mai. In quelle aule imparavo tutto tanto facilmente che i libri alla fine dell’anno rimanevano nuovi come quando mio padre li aveva comperati.
Uscivo da scuola e ritornavo a casa, ma mentre mangiavo tenevo un piede sotto il tavolo e l’altro girato verso la porta di casa. Pranzavo velocemente e scappavo in strada a vivere con i personaggi che trovavo in quel teatro naturale. Ritornavo a sera inoltrata, mi toccava l’usuale razione di botte quando, troppo preso dai giochi, non mi rendevo conto che si era fatto tardi.
Chiappino era il soprannome che qualche buontempone aveva affibbiato a Domenico il falegname. Capitava che, per scherzo, qualcuno chiamasse una sola volta con un soprannome una persona del paese e se il nomignolo raccoglieva un suo pregio o difetto evidente, gli rimaneva appiccicato addosso per tutta la vita.
Chiappino, ho realizzato dopo anni, perché capace di trovare soluzioni a tutti i problemi. Riusciva ad inventare incastri incredibili, come il battito rotondo dei balconi che conferiva a questi una chiusura perfetta. Chiappino immaginavo una chiave elegante, piccola e pregiata di uningranaggio impossibile da aprire.
Schiappino mi chiamavano. Non c’erano ostacoli capaci di fermarmi. Visitavo spesso il falegname quando uscivo dalla scuola, portavo un poco d’allegria nella sua vita ormai faticosa a causa di un’asma che non gli permettevadi respirare bene e gli aveva regalato una tosse intermittente e la necessità di respirare con la punta della lingua fuori dalla bocca. Mi spiegava come calcolava il taglio dei pezzi per costruire mobili, porte massicce, balconi e finestre perfette. Odiava piallare manici di zappe e accette perché, diceva, era lavoro senza testa. Amava il legno di castagno, anche se aveva il difetto di tingere. Per questo lo usava soprattutto per i mobili, anche se, diceva, lo aveva usato spesso anche per le “bocche d’opera”.* Bastava non fargli prendere acqua oppure pittarlo con la nuova vernice che ultimamente vendevano alla bottega invece di dargli l’olio di lino crudo. “E’ serio il castagno. Non si spacca o cambia colore. Si conserva per secoli così com'è nella bottega la prima volta. Anche se tinge. Il legno d'abete è fesso, si ammacca ad ogni minimo contatto, il noce costa troppo e non tutti se lo possono permettere, il ciliegio è raro e chiaro ed ha un colore buono solo per i mobili (ed andava avanti ad elencare per ore) per chi ha poco da spendere l’unico è il castagno”. Ogni tanto rigirava il zizimelo** messo a cuocere davanti all’uscio sul fornello a gas in un barattolo di latta, che aveva conosciuto tempi migliori quando, orgoglioso, portava dentro sarde, un cibo pregiato perché diverso in quei paesi lontani dal mare. Il zizimelo lo andava a raccogliere in autunno dalle ferite sui tronchi degli alberi di prugne e melastri.
Temeva i miei scherzi, ma rideva anche dopo che li aveva subiti. Si affannava a creare incastri per infilare i vetri alle finestre finche non gli dissi di metterci delle strisce per tenerli magari incollati con quella nuova colla bianca.
Rideva compiaciuto quando gli smontavo le sue certezze. Poi passavo dagli anziani che davanti alle porte intrecciavano vimini e costruivano cestini, snocciolavano legumi o intrecciavano farfalle bianche all’uncinetto. Per me era sempre pronta una ficarella secca o una mela lemoncina. Dal fabbro sognavo fuochi d’artificio alle scintille che sprigionava il martello che batteva il ferro sull’incudine mentre giravo il mantice.
Schiappino mi chiamavano e mi piaceva, all’imbrunire, quando i contadini ritornavano dalla campagna, legavano l’asino alle ringhiere e si apprestavano a scaricarlo, solleticare l’animale sotto la pancia vicino alla gamba posteriore. Il povero, indifeso scalciava furioso tra le urla del padrone che si disperava per le fascine e gli ortaggi che volavano in aria. Sapevo come difendermi dai calci mettendomi tra la testa legata e le zampe posteriori in modo da non essere colpito. La volta successiva l’asino scalciava e ragliava solo nel vedermi arrivare.
Mi piaceva giocare con i miei coetanei. A volte nelle classi la maggior parte dei bambini erano figli d’artigiani, nella mia c’erano solo figli di contadini cui servivano due braccia, anche se piccole, per la sopravvivenza. Per questo motivo spesso ero costretto a chiedere di poter giocare con ragazzi più grandi di me e non essere accettato. Li costringevo compiendo un semplice quanto naturale gesto, fingevo di raccogliere una pietra per terra. Ce n’erano tante in giro perché la strada era solo ghiaiata. Puntualmente avveniva il miracolo, diventavano tutti gentili e disponibili. Il figlio del capufficio delle poste rosicava chiodi amari ed a malincuore mi portava a vedere rin tin tin nel pomeriggio a casa sua. Sapeva che se non l’avesse fatto innanzi tutto gli avrei benedetto la porta di casa con una lunga pisciata e il giorno dopo correva il rischio di beccarsi una pietra in testa. Era l’unica televisione del paese.
Mi temevano per colpa di un merlo che un pomeriggio, mentre giocavamo al pallone in un campo che doveva essere di calcio, solo che avevano dimenticato di tagliare la grande quercia al centro, ed in discesa, si fermò sul tronco tagliato di un albero che era adagiato nell’erba, e si guardava intorno come se cercasse qualcosa. Avevo imparato presto a tirare le pietre. Ne sceglievo una piatta e rotonda, la pulivo bene con il palmo delle mani, poi la mettevo di taglio tra il pollice e l’indice, ci sputavo sopra e ci alitavo quasi a volerle dare un’anima, allungavo il braccio e chiudendo l’occhio sinistro prendevo la mira con il destro, allungavo la gamba sinistra in avanti e roteando il braccio e il polso come una catapulta, colpivo con una precisione impressionante. Presi una pietra piatta e rotonda e lo colpii in testa. Il poverino si accasciò senza un lamento e da quel momento i compagni raccontarono l’accaduto come qualcosa d’eccezionale mitizzando le mie capacità.
A primavera andavo in giro per le campagne mentre gli uomini si affannavano ad arare i campi per la futura semina.
Spuntavo all’improvviso sui dirupi dove riuscivano ad arrampicarsi solo le capre in cerca dei germogli più teneri e profumati, allo sguardo delle donne che preparavano gli orti nella valle. Cercavo nidi e i poveri uccelli non avevano scampo perché avevo imparato come li mimetizzavano e le piante su cui ogni tipo d’uccello lo costruiva.
In estate andavo per le aie a guardare la trebbiatura, e di notte, visto che non si andava a scuola e mi era permesso stare fino a tardi, spiavo le coppie che facevano l’amore tra le grègne.
Chiamavamo “zio” tutti le persone che erano almeno di una decina d’anni più grandi di noi.
Zia Rosina era vecchia e viveva da sola in un basso. Una stanza al pianterreno. Quei locali erano generalmente stalle, perché umidi. Le buone famiglie vi facevano abitare, senza ricevere l’affitto, le persone sole e povere. Su un lato della porta si ricavava un camino, di fronte la cristalliera e la ramera, al centro un tavolo piccolo e rettangolare(la buffette), in fondo il letto con il comodino e il comò.
Zia Rosina, spesso in pieno giorno, si metteva sul letto nella posizione del morto, guardava il soffitto di tavola e partiva.
Un giorno la mezza porte di sopra non si era chiusa. Gli detti un colpo e s’aprì. Sulla punta dei piedi riuscivo a superare solo con gli occhi la mezza porta di sotto. La vidi sul letto a pancia in su ferma, con gli occhi aperti, sembrava non respirasse. Restai in quella posizione il tempo non ricordo. Lentamente incominciò a muoversi quasi percepisse una presenza, si voltò verso di me, si alzò e venne ad aprirmi. Faceva di tutto per sfuggire al mio sguardo che la imbarazzava, come ipnotizzato la guardavo dritto negli occhi. Mi affermò che era andata per le grotte dove vivono
i morti che sono buoni perché non hanno potere sulla terra ma che le dicevano cose che nessuno conosce. Che il viaggio era molto faticoso, e queste cose lei le faceva a fin di bene. Quanto più parlava tanto più si agitava perché non le toglievo lo sguardo dal volto. La gente del paese era convinta che quando visitava il neonato di una famiglia povera, credendo che facesse fatica a crescerlo, s’impietosiva e ne provocava la morte; lo stesso destino era riservato al malato che suscitava la sua pietà.
Prese dalla cristalliera una pastarella e me la diede, la mangiai con avidità, poi quasi per tranquillizzarmi mi disse: “Con te non pone. C’è un 13 e un 50” mi aprì la porta e me n’andai. Nei giorni successivi quando passavo davanti alla sua casa non dimenticavo mai di chiamarla per salutarla. Miracolo di una pastarella.
I mesi più angoscianti per la mia famiglia erano marzo ed aprile. Il Serrapotamo è un fiume che fa ridere durante l’estate, porta tanta poca acqua che a volte lascia a secco gli orti, d’inverno fa il suo dovere senza esagerare. E’ a primavera che diventa rissoso e non sai come prenderlo quando, all’acqua dei temporali, si unisce quella delle sorgenti e delle nevi che si sciolgono.
Mio padre doveva attraversarlo per recarsi a Vallina a fare il suo lavoro di fabbro. Al paese ce n’era già uno più anziano, per rispetto mai gli avrebbe fatto concorrenza, avrebbe aspettato per occupare il suo posto quando lui smetteva.
A primavera, quando si faceva buio e mio padre non arrivava la mamma incominciava ad avere paura che nell’attraversare il torrente gli fosse successo qualcosa e mi mandava a vedere se ricevevo qualche segnale che la tranquillizzasse.
La nostra casa era in periferia, costruita su una timpa che era la parte finale e l’unica visibile di un blocco di roccia su cui è appollaiato il paese.
Mi sedevo sulla punta della timpa, lo sguardo andava verso i campi, i sentieri che cingevano le colline come un lungo serpente che si snodava dal torrente, la valle e saliva fino al paese incrociandosi e separandosi continuamente riportavano a casa coloro che erano andati a lavorare nei campi, la strada rotabile ancora ghiaiata, più larga tagliava le colline come fossero pani appena sfornati, di lato, a volte si nascondeva nei boschi che riempivano la terra ed il cielo; percorso un tratto dritto girava sulle curve e si vedevano comparire ad intermittenza le luci dei fari che tagliavano l’aria colpendo gli alberi, ogni tanto qualche vigna e le ginestre ormai fiorite.
Guardando verso valle, di fronte si notavano puntini luminosi ora raggruppati, ora isolati, erano le case di Vallina, Senise e sulle colline quelle lontane di Valsinni e Rotondella. A destra le luci delle case in prossimità della vetta Grattaculo del monte Pollino fino a Noepoli e i suoi fianchi. Si notava appena la striscia a serpente; il sentiero percorso da chi tornava a casa dalla campagna si riempiva di un parlottìo fitto con voci di tonalità diverse spesso riconoscibili di persone che per alleviare la salita parlavano di capre tarde a sgravare, viti che andavano a male, grano che cresceva poco… risate ed ogni tanto urla…non troverai mai un contadino sazio e felice del suo campo.
Quella che mi faceva arrabbiare era la luna. Ammantava la campagna con un velo d’argento in modo che il paesaggio s’immaginasse facendo intravedere forme e sfumature.
Dopo un po’ incominciavo a gridare chiamando “papà” e l’eco mi rimandava la voce come se non volesse farla passare.
Da lontano, sopra Calvera su uno spuntone ai confini della foresta Magrizzi, forse scambiando il mio urlo per una sfida o per affermare la sua presenza agli altri branchi sul territorio, rispondeva l’ululato di un lupo che incuteva un timore profondo e una paura istintiva e primordiale. Appena possibile mio padre rispondeva, dissipava tutti i brutti pensieri ed io, senza perdere tempo mi precipitavo a casa per comunicare la notizia a mia madre ed invitarla a calare nella caldaia con l’acqua bollente, i rascatielli****.
Quando le belle giornate lo permettevano andavo a giocare nelle grotte sotto la timpa. Ce n’erano molte ed erano il regno di pipistrelli, lucertole e serpenti. Qualche volta ci si nascondevano le coppie innamorate. Mi ero costruito un arco con un grosso salice ed alcuni ferri di un ombrello rotto. Lo nascondevo ogni sera nella stalla dopo le battaglie contro i soldati. Gli indiani e i draghi che ho ucciso io in quel periodo non li ha mai uccisi nessuno. Avevo anche costruito una spada con una stecca di legno appuntita e all’altra estremità un pezzo di legno più corto inchiodato a croce.
Le battaglie si susseguivano furiose e, spesso ero aiutato dai briganti e dai monacielli che si nascondevano nelle grotte e che uscivano solo la notte per divertirsi solleticando sotto la pianta dei piedi le belle donne; per me eccezionalnemte si facevano vedere anche di giorno, visto che ero l’unico che non cercava di prenderli.
Si affermava che chi fosse riuscito a prenderne uno, questi avrebbe dovuto, per farsi liberare, per forza rivelargli il nascondiglio del loro tesoro.
I draghi poi erano eccezionali perché capaci di correre e volare. Quando volavano bucavano il cielo.
Un giorno mia madre riuscì a trovare l’arco, lo fece provare ad un ragazzo più grande perché ne verificasse la pericolosità e, visto che si piantava con efficacia e precisione nella porta di legno della stalla per due centimetri, me lo sequestrò subito.
I campi tra la primavera e l’estate si vestivano di colori molto belli. Passavano dal verde chiaro del grano con delle variazioni di giallo dovuto al maggiociondolo fiorito ed alle ginestre su cui spiccava il fucsia dei cardi e il rosso sangue dei papaveri, al verde scuro e spesso cupo nella profondità del bosco. Poi predominava il giallo oro del grano, delle stoppie e dell’erba che ingialliva sotto il sole forte e preparava l’autunno.
In autunno mio padre si faceva prestare un asino da un amico ed incominciavamo a fare il giro delle famiglie cui aveva costruito attrezzi per la cura dei campi o ferrato l’asino o il mulo. (Sperava nel colpo di fortuna di fare qualche ringhiera ad un “don”, appellativo che identificava un prete o un uomo ricco per ricevere in cambio dei soldi).
Era il momento di ricevere la paga. Preferiva avere in cambio grano con cui avremmo trascorso un inverno tranquillo.
Quando la trebbiatura portava per qualche contadino un raccolto scarso o si rimandava all’anno dopo oppure si accettavano legumi o qualche pollo. Mentre ritornavamo a casa sentivamo gìà le urla con cui mia madre sapevamo che ci avrebbe accolto perché scontenta di quello che avevamo raccolto.
Una sera, sul tardi, mia madre cercava di chiudere una calza di lana grezza per mio padre seduta davanti al camino dietro di me che mi riscaldavo seduto alla scannella.*** Le feci notare una grossa falena immobile su un mattone a fianco del fuoco. “E’ il nonno che sente freddo. E’ ritornato per riscaldarsi un poco”. Il mattino dopo la grossa farfalla non c’era più. Il nonno negli ultimi anni, si sedeva al sole sull’uscio; appena i suoi raggi incominciavano a dare calore lui se ne dissetava e mi guardava giocare. Parlava poco ma ci capivamo al volo, guardandomi rideva compiaciuto con gli occhi e ringraziava il signore par il tempo che gli aveva donato. Il nonno era morto da qualche giorno.
Non passò molto tempo e una sera di primavera mi ritrovai seduto alla scannella, di fronte a me c’era una sedia che usavo come tavolino; non andavo più sulla timpa a chiamare mio padre, avevo appena incominciato ad imparare a scrivere. Scrivevo una lettera di cui ricordo solo qualche parola “papà ti voglio bene”.

*bocche d’opera chiamavano tutte quelle strutture di legno (finestre, balconi ecc.) che completavano la chiusura della casa verso l’esterno.
** Colla
** *piccolo scanno fatto apposta per i bambini in modo da potersi sedere davanti ai grandi riscaldarsi al camino.
*** *Pasta fatta in casa

Racconto inedito - Il 6 novembre c.m. sarà oggetto di discussuine da parte degli scrittori del Circolo "Mario Arena" presso il Thè letterario di Genova.

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30.8.07

Gli insulti dell'indifferenza 

posted in Voci by Mariano - per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

A pancia all’aria
al ritmo di poesia
obesi ed alteri
allegri e dimentichi
mentre si consuma
come tenue candela
a San Mauro Forte
il Poeta fra i poeti
depresso ed isolato
ra i suoi libri di Celan
e Amalia Rosselli


(inedito di Mariano Lizzadro)

Mariano Lizzadro è nato nel 1972 a Potenza dove risiede. Si è laureato in Psicologia con una tesi su Dino Campana. Ha pubblicato Frammenti di viaggio Ed. Appia 2 (1999), Parole contro Ed. Scriptavolant (2003), Parlano parole Ed. Besa (2007). Collabora con articoli di letteratura e critica cinematografica al Progetto LucaniArt.

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16.7.07

Preghiera del mezzadro 

posted in Voci by Antonella -per gentile concessione a LucaniArt

di Antonella Pizzo

Madre degli ulivi che tutto fai e distruggi
accogli la supplica di questo mezzadro
la mia terra si è svegliata inaridita
il ruscello che vi scorreva in mezzo ha sperso l’acqua
ieri le spighe danzavano al vento
oggi sono stecchi morti imbalsamati
madre la lingua è secca e non posso più parlare
il mio palato è diventato pietra
non dice la mia bocca la parola giusta
il mio pensiero si è infiammato al sole
Madre dell’uva e del mosto che lieviti
il pane e il malto fermenti
le mie corde vocali tendi e l’ugola libera
da questo impasto di calcare che stritola
fammi canto di accoglienza e gioia
fammi suono e belato di pecora
in pastura e campanacci su per la montagna
dove di notte vigilano i pastori
affinché possa risollevarli
intonare assieme a loro un’aria
una canzone di costellazioni ed astri
affinché si risveglino i semi
germoglino i fiori e i frutti negli alberi ricrescano
ricchi di zucchero e polpa odorosa
e mangiarli a morsi a morsi
scolando dai lati della bocca i succhi
che cadono a terra e formano un fiume
e canne e papiri alti, fogliame di speranza
ombra dove riposare con un filo d’erba in bocca.

***

Antonella Pizzo è nata a Palazzolo A. nel '54 e vive a Ragusa. Ha pubblicato nel 2004 in autoproduzione "Strati" raccolta di poesie siciliane - per Prospettiva Editrice il romanzo "Di rosso smunto" - nel 2005, per LietoColle, la raccolta di poesie "A forza fui precipizio" - nel 2006 la silloge "Catasto ed altra specie" per Fara Editore. Su internet gestisce i blog letterari Letture e scritture e Via delle belle donne.

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25.5.07

Estratti da “Poesie su tosse muraria” 

posted in Voci by Alfonso - per gentile concessione a LucaniArt

di Alfonso Guida

... stagione estrema che sorbisce il caldo
le impennate, il condottiero teatrale
giù per strade innamorate e messe
sotto frescura a far nidi d’artista
visivo fin dove l’audacia resta
possibile e certo il balzare rapido
sui viali che i passanti aprono a foglie
scarlatto e io malato per quella porpora
senza sorriso indicavo il ristoro
romano, l’asta vittoriosa, il ponte
dei bagliori, con la luce che in testa
fa sorgiva pianura, un laccio informe
che tira le mani fino a staccarle
nell’opra dedicata e un guizzo d’oro
sul piatto virtuoso che raffigura
l’’accoppiamento canino d’estate
la malva sciabolata,il vano muto
del sentore e dei flussi inargentati
la folta ghirlanda del riso e il verde
calmo dei prati quando la ragazza
si svitò dai passanti e vide aurore
boreali allinearsi al confine, lei, arte
del dio di ogni totale appezzamento
di brughiera denso in scie e spessore e alte
conficcate manovre rurali ora
che la ressa dei fidi scioglie il corso
dei più esigenti spettatori e questa
voce corrente a scorsoio nel nodo
del malditesta scisso in diagonale
nel destreggiarsi proficuo delle armi
dei lavori che il comandante omette
nell’ardore e nel soffio che stratifica
le nevralgie boscose dei segni e oltre
la sua vellutata macchinazione
l’ordine inferiore dei grandi artropodi
che tu classifichi perchè la mente
ne ha bisogno, un nutrimento animale
nel neurovegetativo frammento
che si tramuta in visione e emicrania
possanza dell’avvicinarsi al gelo
sfiora la virtù celeste del rosso
come si colora nel viso e dona
l’occulta negazione di ogni folle
girasole, a te piaceva anche il succo
ma la morte ti velava l’inizio
del discorso, inciampavi nel bicchiere
di vino,, separavi da ogni lettera
qualunque legamento e non volevi
si chiamasse più alfabeto o linguaggio.

(Ospedale psichiatrico, Policoro, Alfonso Guida)


Alfonso Guida è nato a San Mauro Forte il 22-09-1973. Ha esordito con il libro di versi “Il sogno, la follia, l’altra morte” (Laboratorio Delle Arti , Milano, 1997) Premio speciale opera prima Dario Bellezza,1998.
Nel 2002 ha vinto per gli inediti il Premio internazionale E. Montale con la plaquette “Le spoglie divise “(15 stanze per Rocco Scotellaro). Nel 2004 è Premio Laboratorio delle Arti per la sezione “Antologia d’autore”.
E’ consulente per tesi di laurea sull’opera e la figura di Dario Bellezza, Amelia Rosselli e Paul Celan.

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24.4.07

I miei morti di Jasenovac m’insegnano la storia 

posted in Voci by Gennaro - per gentile concessione a LucaniArt

di Gennaro Grieco

(Canto zingaro per il 25 aprile)

Proprio non ho tempo per le illusioni,
per distinguere il sogno dall’inganno,
piegarmi alle paure di ogni giorno;
proprio non ho tempo, perché i miei morti
di Jasenovac m’insegnano la storia
e sia io zingaro o bastardo del tempo
sono un uomo con un nome e una storia.

Davvero mi basterebbe assai poco
per guidare sulla via gli occhi stanchi,
restituirmi all’unico patrimonio
che è la vita; poco, poco io vi dico,
un pane solo da offrire ai miei figli
e una mano che la mano mi tenga
se male mi viene al calar degli anni,
una veste lisa per la mia sposa
e giusto un cielo aperto come casa,
un nome che in ogni luogo mi valga
e un’aria buona da insieme dividere
: fra uomini, siano essi inermi o bastardi
del tempo, siano essi zingari o santi.

Poco, come il tempo che ancora resta
per le illusioni, se ora il vento nuovo
non veste di speranza; non chiedo altro,
non chiedo altro, amici, e, queste parole,
con preghiera di porgerle domani
quando non ci sarò: per quelli a cui
hanno taciuto e i figli che verranno,
perché i miei morti di Jasenovac¹ ancora
insegnino la storia.

(25 aprile 1994)

1. A Jasenovac (Croazia) nel 1942 trovarono orribile morte decine di migliaia di zingari, trucidati nei campi di sterminio.

Testo vincitore della sezione internazionale (in lingua italiana, inglese, francese, tedesca, spagnola) della I Edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Amico Rom”, Lanciano (CH), 10 ottobre 1994.
Tratto dal volume di Gennaro Grieco, La vocazione e le idee, Venilia Editrice, Montemerlo (PD), 1995.
Il sito di Gennaro Grieco è all'indirizzo www.gennarogrieco.it

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20.4.07

'Mbruoglio 'i cipuddine paisane 

poested in Voci by Teresa - per gentile concessione a LucaniArt

di Teresa Armenti

Simu proprio ‘nda nu ‘mbroglio
‘i cipuddine.
‘A terra é rivutata
ra sotto a sopa,
ra capo ‘mberi,
ra restra a manca.
‘A povera MARGHERITA
C’è capitata ‘menzo.
Chi ‘a tira ra nu verso
e chi ra n’ato
e chi ‘a lassa ‘ndrungo.

‘A CERZA granne,
ca rosa a li peri,
scafata atturno atturno,
avi li rariche ca essono ra fora.
‘Nda ‘na iaccatura ‘menzo,
c’è nu niro ca cova.

‘A bella ROSA rossa
é guardata a vista
ra li portatori ‘i VALORI.

E ‘u GADDO canta ra matina
“FORZA! FORZA! Amici mei,
ch’ama coglie li cipuddine”.

Imbroglio di cipolline paesane. Ci troviamo proprio in un imbroglio di cipolline./ La terra è rivoltata sottosopra/ dalla testa ai piedi/da destra a sinistra/. La povera Margherita ci è capitata in mezzo/ Chi la tira da una parte/chi dall’altra/e chi la lascia all’improvviso/La quercia grande con la rosa ai piedi/ scavata in giro/ha le radici che escono fuori/Nella spaccatura in mezzo/ c’è un nido che cova/. La bella Rosa rossa è guardata a vista dai portatori di Valori/ E il Gallo canta dalla mattina ”Forza! Forza!, amici miei/ perché dobbiamo raccogliere le cipolline”

'Mbruoglio 'i cipuddine paisane e’ stata scritta, con un pizzico di ironia, in occasione delle consultazioni elettorali amministrative del 27/28 maggio 2007, per la formazione delle liste in un piccolo paese del Sud Italia. Non c’è accordo tra i partiti; c’è solo tanta confusione. Nessuno vuole cedere (Teresa Armenti)

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13.4.07

Stanza 217: non disturbare (1) 

posted in Voci -by Luc Faccenda per gentile concessione a LucaniArt
di Mauro Savino

E’ il 26 Gennaio del 1967. E’ sera. Non siamo a Miami. Non c’è nessun Re Lucertola in declino con la barba e strafatto come e più del solito. No non siamo a Miami. Non ci sarà nessun processo per oscenità. Nessuna fuga a Parigi e niente vasche da bagno, vere o presunte. No. Siamo in Italia. Quella che ascolta i Beatles e i Rolling Stones ma che non manca di apprezzare brani di zombie (già 40 anni fa!) come Orietta Berti e testi pseudo-made in Berkley: quella che motteggia e incita al cambiamento così tanto per fare. E in fondo non ci sarebbe poi tanto da ridire se non fosse che certe cose finiscono poi per rappresentare il “meglio” della canzone italiana nella più importante manifestazione ad essa dedicata. 26 Gennaio dunque. Un ragazzo di nemmeno trent’anni si imbottisce di pronox dietro le quinte, dopo essersi scolato un’intera bottiglia di grappa. E’ sudato, tremante, ha gli occhi spenti e fissi, la sua voce è calante e lontana dal sassofono di cui è impastata, stona, non va a tempo. Canta malissimo. Non canterà mai più. L’allora direttore di Radiocorriere, Ugo Zarattin ripesca Pettenati e la giuria manda in finale “Io tu e le rose”: Italietta in action…26 Gennaio 1997. Un ragazzo riccioluto e maldestro alla guida chiede e ottiene dal padre che gli lasci prendere la macchina. Ma non è a far bella mostra della macchina di papà che sta andando. E’ in un piccolo negozio di musica, che sta andando. Ha messo da parte i soldi per una cassetta. Un cantante italiano…fine anni 60…diverso…suicida. La macchina ha lo stereo a cassette. Così potrà passare la serata in compagnia del suo nuovo eroe. Se ne va in un vicolo e comincia ad ascoltare…era proprio come se lo aspettava. Tanta. Troppa verità. E tutta in una volta. E alla fine si ritrova davanti la copertina di una cassetta bagnata e due occhi neri e intensi che guardano di lato.Il ragazzo offrì la sua amicizia al cantante.E da allora, nelle sere di maggio – dicono – se ne va da solo cantando le sue canzoni.
(Luigi Tenco - disegno a matita di Mauro Savino)

Il blog di Mauro Savino all'indirizzo http://www.maurosavino.blogspot.com/

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4.4.07

Come giovinezza 

posted in Voci -by Rocco per gentile concessione a LucaniArt

di Rocco Erario

Lenta agonia
come neve all'ombra,
come ombra di neve.

Raggi glaciali
di un fuoco bagnato,
scaldano pietre roventi.

Ad ogni trillo
un sussulto;
per ogni verbo
un colpo.

Sarei dovuto andare
quando chiamarono.
Sarei dovuto andare!

I sassi non rotolano
senza aver scarpate;
le libellule non fuggono
senza ali spiegate
e non viene mai notte
senza che giorno non affoghi.

Quando il mare ingoia il sole
brilla di luce riflessa:
s'infiamma,
s'impenna
e smorza il suo canto,
e s'annega
toccando terra:
come spuma,
come brina,come giovinezza.


*

Rocco Erario è nato a Potenza ventinove anni fa, ha vissuto a Cancellara fino all'età di vent'anni per poi frequentare la Sapienza di Roma e trasferirsi a Milano, dove vive, per studiare musica. Ha conseguito un diploma di maestro di chitarra elettrica, solfeggio, teoria, armonia e musica d'insieme.

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21.3.07

Verso Otranto 

posted in Voci -by f. per gentile concessione a LucaniArt

di Francesca Zito

Verso Otranto.
Inaspettata coerenza.
La mia, semplice curiosità.
Porto di mare e di vite.
Frenesia mattutina nell'aria.
Camminare.
Mistificazione di me.
Pochezza di me.
Fastidio.
Probabile inconsapevolezza di ciò che lascio.
Sicura incoscienza di ciò che troverò.
Cercare. Divenire.
Oggi. Lungo il mio silenzioso tragitto.
Lungo i sentieri del mio Essere.
Singolari scoperte.
Ho incontrato nuovi orizzonti.
Colmi.
Vento nelle mani.
Terra rossa ed acre.
Ulivi dalle foglie d'argento.
Gazze sui rami.
Rose selvatiche, febbrili ed altere.
Papaveri rossi e lussureggianti.
Nuvole alte, trasparenti e profumate.
Girasoli enormi e simpatici.
Incolmabile assenza.
E dietro la collina, ecco l'incanto.
Mestizia.
Distesa blu cobalto.
Perle d'invidia e saggezza nascosta.
Sabbia color ocra...ed i miei occhi febbricitanti.
Conchiglie naviganti e Gabbiani eterei.
Idee tumefatte nella felce.
Io, immemore di segreti taciuti.


Francesca Zito- Redattrice , capo servizio , membro dell'Editorial Staff di Liberalia Magazine -Note di Cultura Meridiana, e del portale web www.liberalia.it ; curatrice del Potenza Film Festival Daily Magazine "L'Incrocio dei Venti" e "CineStylo". Il blog di Francesca "Lo sguardo che resta"

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24.2.07

Angiolina 

posted in Voci -by Raffa per gentile concessione a LucaniArt
di Flora Delli Quadri
Era una quasi mamma per me. Abitava a 20 metri, di fronte casa mia. Alta, imponente, con i capelli legati dietro la nuca a formare il “tuppo” (chignon), pettinino e forcine di finta tartaruga, accoglieva tutti con un gran calore.
Il portone di casa era sempre aperto. A destra entrando, c’era un minuscolo bagno con il solo water; a sinistra la scala alla cui sommità si trovava la cucina, anche quella sempre aperta.
“Angiolì”, chiamavo ad alta voce entrando dal portone.
“Uèh”, rispondeva lei con la sua voce naturalmente allegra e gioviale.
“Ha ditt mamma, damm ru ‘ndrattìat”-
“N’ l’ tìang, ma assettat na ‘nze”
(“Angiolina, ha detto mamma, dammi l’intrattieni, che voleva dire intrattienimi”- “Non ce l’ho, ma siediti un po’).
E così io aspettavo che mi desse “ru ‘ndrattìat” convinta che fosse un dolce. E intanto lei chiacchierava, chiacchierava, qualche volta mi raccontava le favole, e il tempo passava. Mia madre era soddisfatta de “ru ‘ndrattiat”, ma io non avevo ricevuto il dolce che m’aspettavo. Angiolina era comunque una compagnia piacevolissima, sempre gioviale e allegra, nonostante una vita di ristrettezze economiche.
Il marito, zoccolo duro del Partito Comunista, era un operaio edile di cui lei era innamoratissima. Profondamente religiosa, ne aveva abbracciato la causa, mescolando la fede politica con la fede in Dio così intimamente, da averle rese indistinguibili. Aveva fede in senso lato e da questa traeva la sua forza e la sua serenità. Credeva fermamente nel riscatto delle classi sottomesse, ad opera di Baffone o di Cristo non faceva differenza. Andava in chiesa e si comunicava regolarmente.
Un bel giorno, eravamo negli anni ’50…
Ma andiamo con ordine.
C’era, vicino casa, la vecchia stazione ferroviaria dismessa subito dopo la guerra, regno dei nostri giochi. Un giorno, che stranamente ricordo con eccezionale vivezza pur essendo all’epoca molto piccola, arrivò un monaco, un Padre Cappuccino da Serra Capriola. Chiese informazioni su dove fosse la stazione ferroviaria. Gliela indicammo, lui la visitò, poi andò dal sindaco.
In breve tempo la stazione non fu più nostra, i frati se ne impossessarono e vi insediarono il convento. Il paese, già molto clericale, con tredici parrocchie e tredici parroci, poteva adesso godere anche del Convento dei Frati Cappuccini, il che volle dire in breve tempo oratorio, biliardino, recitine, canti, Terzo Ordine ecc.. ecc…
Il guaio fu che tutti i fedeli, di colpo, abbandonarono le loro vecchie parrocchie per riversarsi nel circolo fondato dai frati. “Rumore di scope nuove” diceva il parroco Don Giuseppe, il più trasgressivo dei parroci. Ma si sbagliava: il fenomeno dell’esodo dalle parrocchie verso la nuova realtà fu inesorabile. L’esodo raggiunse il culmine con l’arrivo di un monaco, esorcista, “comandato da Dio” per combattere il diavolo. Ogni sera, dall’altare, intratteneva i fedeli con il racconto delle sue esperienze da esorcista, creando un pathos indescrivibile. Le sue prediche, a puntate, erano come uno sceneggiato televisivo di oggi: “Andiamo, andiamo, oggi c’è la seconda, la terza, la quarta….. puntata.”
Tutti, Angiolina compresa, erano felicissimi del rinnovato fervore religioso, tranne i parroci abbandonati a se stessi.
Una domenica, la piccola chiesa gremita di gente, Angiolina come sempre andò a confessarsi. Il monaco esorcista conosceva Angiolina e probabilmente aveva già tentato di dissuaderla dal votare per il Partito Comunista, ricevendone sdegnoso diniego. Quel giorno, da dietro la grata del confessionale, lui reiterò la richiesta, lei rispose “NO, MAI!” e il monaco le negò l’assoluzione.
Angiolina, arciconvinta che ricevere l’ostia fosse un suo diritto, si recò lo stesso all’altare. Il monaco la vide e le passò davanti col vassoietto, negandole l’Eucarestia.
Fu scandalo generale, si crearono i fan e gli anti Angiolina, tanto da diventare quasi un'eroina!
Il Parroco Don Giuseppe gongolava, sperando invano che i fedeli tornassero a lui.
Angiolina per quella domenica non si comunicò, ma la domenica successiva andò a farsi la comunione in un’altra chiesa, da un altro parroco, più tollerante e forse più vicino a Dio del nostro bravo monaco esorcista/integralista.
Oggi Angiolina non c’è più, è morta quattro anni fa. Ha continuato a volermi bene e a darmi “ru ‘ndrattìat” ogni volta che andavo a trovarla. Stavolta però era un vero “’ndrattiat” come lo sognavo da piccola: una bella fetta di ciambellone preparato da lei. Ce n’era sempre uno in casa, qualsiasi fosse l’ora o il giorno della settimana in cui la visita avveniva. Lo tagliava con religiosa cura, avvolgeva la fetta con un tovagliolino, poggiava sul tavolo un bel bicchiere di vino, rigorosamente bianco, e mi offriva il tutto pronunciando un semplice “alla salute”.
Questo augurio, pronunciato con la sua voce allegra e gioviale, somigliava sempre più a una preghiera di ringraziamento al Signore, man mano che andava avanti con l’età! E quel bicchiere di vino bianco era quasi un simbolo religioso. Per me invece era probabilmente, o più semplicemente, un brindisi alla faccia di chi tentava o tenta di mortificare uno spirito libero.
Flora Delli Quadri nasce nel 1944 ad Agnone (Isernia). La formazione politica del genitore, socialista, antifascista e perseguitato, conduce Flora alla militanza politica in un gruppo denominato Gruppo 38, che negli anni '70 fu l'artefice del rinnovamento politico e culturale molisano. La naturale evoluzione della sua militanza la porta ad essere membro attivo del PCI, in ambito locale e regionale. Si trasferisce nel 1975 in provincia di Cosenza, dove attualmente vive e insegna (matematica).

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14.2.07

Storia d’amore con cipolle 

posted in Voci -by Gina per gentile concessione a LucaniArt
di Gina Labriola

" Hai visto che nebbia? Che tristezza! Dai, raccontami una storia d’amore...ma che sia allegra "
" Storie d’amore, io? Se vuoi, posso anche raccontartele con allegria, ma con happy end, neanche una! Se ti servono per passare il tempo, lungo questi binari infiniti che sembrano non andare in nessun posto, e bucano la parete di nebbia solo per trovare altra nebbia, allora... L’amore felice non ha storia: è lì, immobile, come un sole di rame in un cielo di smalto, e non ha ombre. Solo le ombre danno vita alla luce... come questa nebbia che tutto copre di mistero. Lo sai:

Voglio bene anche alla nebbia.
fascia il dolore
attutisce il grido
ovatta la vergogna.
Non lo sapevo
che la nebbia
era mia madre"

" Lo so : poesia, e ancora poesia. Puoi poetare su tutto, anche su questa nebbia sporca che mi penetra nelle ossa e mi da tristezza. Perfino sulle cipolle. Ma io voglio una storia..."
" E perchè non una storie di cipolle? Una storia d’amore con cipolle? Ecco: fu tanto tempo fa... "
" Dove? "
" Là, nella città incantata, dove vissi le mie mille notti meno una. Mille notti d’attesa... "
" In attesa di che? "
" Dell’amore ardente, rovente, veemente, bruciante, delirante... felice, insomma. Invece... "
" Invece? Ma che c’entrano le cipolle? "
" Era un uomo bellissimo... "
" Naturalmente! Tu non imbastiresti una storia con un uomo brutto! Naturalmente era alto... "
" Alto, snello, bruno... elegante. Giovane, ma era già un regista famoso. Corteggiatissimo ovviamente da attrici in voga, aspiranti attrici, ex attrici, oltre che da sceneggiatori, scrittori, operatori. Si chiamava Bahmàn Mossaferàd "
" E da te che voleva? "
" Che gli suggerissi una sceneggiatura. Roba sull’Italia. Era stato in Italia, era innamorato di tutto quanto gli ricordava l’Italia, e forse un poco anche di me. Così, almeno, io credevo, volevo credere. Mi telefonava spesso, mi chiedeva consigli, mi faceva complimenti, e una volta mi mandò anche dei fiori. Fiorai non ce n’erano tanti, in quella città assolata circondata dal deserto, ma lui trovò dei bellissimi fiori spinosi. Fiori del deserto. Somigliavano ai girasoli di Van Gogh. Torcevano gialli aculei come in un inespresso tormento. Parlava un italiano purissimo col suo fascinoso accento persiano, e voleva sapere tante cose. Ogni tanto una frase galante, ma sempre con un velo di pudore, sempre con sottintesi eleganti, un dire e non dire, e sempre la promessa finale di incontrarci, un giorno, noi due soli, per visitare un luogo insolito della città, un vicolo segreto del bazar dove si vendevano tesori rari, o forse, chi sa, anche per andare a casa sua. Abitava in una villa fuori città, credo con mamma sorelle e forse mogli, ex mogli o candidate mogli, ma aveva una specie di studiolo, dove si ritirava per lavorare in solitudine, quando non era sul set. "
" Una specie di garçonnière, insomma... "
" Bisogna che prima vi metta un po’ d’ordine ", diceva. Eh, sì, tra tante cose da fare! C’erano tante carte, tante foto, tanti libri, tanti copioni, in quel suo bugigattolo!
Una volta finalmente Bahmàn mi invitò a visitare con lui luoghi insoliti della città, anche quei quartieri nei quali nessuna donna penetrava : la Sciàr-e-now, la " città nuova " che proprio nuova non era, ma decrepita, fetida e fangosa. Era il quartiere dei bordelli, dove vivevano prostitute, aspiranti prostitute, ex prostitute diventate mendicanti, e lenoni di ogni specie, dall’aria sinistra che diventava minacciosa, quando un uomo accompagnato da una donna faceva perdere la speranza di un affare.
Ci aggirammo poi nel bazar, in tortuosi vicoli che solo lui conosceva. In uno di quei vicoli, strettissimo, c’erano solo mercanti nani, in bugigattoli minuscoli, che vendevano miniature. Sì, le solite belle miniature su piccoli fogli di pergamena che illustravano le storie d’amore che lui mi raccontava : Scirìn e Farhàd, Leyla e Majnùn, Bahràm e Golandàn. E a quelle storie che già conoscevo, aggiungeva particolari, situazioni, sentimenti che nè i poeti nè i cantastorie avevano mai immaginato. L’ultimo mercante, in fondo in fondo al vicoletto cieco, era ancora più piccolo degli altri , e gobbo. Vendeva solo miniature di smalto su madreperla, che rappresentavano coppie allacciate, scene d’amore : la fanciulla che offriva la coppa di vino al vecchio poeta, l’amante che guardava l’amata dormiente, Farhàd che oltrepassava un burrone portando sulle spalle l’amata Scirìn con tutto il cavallo... Volevo comprarne una, ma lui diceva che no, non erano abbastanza perfette. Me l’avrebbe trovata lui, e doveva rappresentare una storia nuova, mai vissuta e neppure sognata... "
" Alludeva? "
" Non lo so. Dopo, quando volli ritrovare il vicolo dei nani...ma non voglio anticipare... Un giorno, finalmente, mi invitò a casa sua... »
" Cioè nella garçonnière? "
" Sì, insomma, nel suo studiolo. Voleva mostrarmi dei libri sull’Italia ... "
" Variante della collezione di vasi cinesi. E tu ci andasti avvolta nel tricolore? "
" Il suo studiolo non era lontano da Sciàr-e-Now, in un intrigo di stradine che non avrei mai trovato da sola. Prima di invitarmi a salire Bahmàn si ricordò che non aveva nulla da offrirmi. Era l’ora di cena, ristoranti da quelle parti non ce n’erano. Passammo davanti ad un friggitore di frittelle, e lui ne comprò un cartoccio. C’era un pezzetto di giardino, lì accanto, quanto restava di una villa distrutta per far posto ad un grattacielo. C’erano un tiglio e una panchina, e lì ci sedemmo... "
" Roba da miniatura... forse quella che lui sognava di veder rappresentata sul guscio di lumaca... cioè, sulla madreperla smaltata : due innamorati, il cineasta e la poetessa, che mangiano frittelle sotto un tiglio. O era piuttosto una scenetta alla Peynet? Ma le frittelle? "
" Oh! Le frittelle! Erano piene di cipolle, mezze cotte e mezze crude, con aggiunta di sir e di mu-sir. Sir, vuol dire aglio, e mu-sir è un aglio speciale, di una pianta secolare, fortissimo, conservato nell’aceto... "
" Certamente con proprietà afrodisiache... "
" Afrodisiaco, forse, ma non ebbi modo di provarlo, ma puzzolente, certamente! Unto, e puzzolente. L’olio fritto mi colava a rivoli sul vestitino nuovo che avevo messo, scollato ma non troppo, e svolazzante... "
" E tricolore... "
" No, mi pare fosse bianco. Bianco e rosa... "
" Color cipolla... "
" E addio profumo di magnolia e gelsomino che con tanta cura avevo scelto per quella sera. Anche sulla sua bella camicia a righe sottili colava implacabile l’unto delle cipolle, e le sua mani erano tutte impiastricciate. Fui tentata di tornarmene subito a casa mia, ma Bahmàn mi disse che lo studiolo era lì accanto, che lì ci saremmo lavate le mani, e che...
Giungemmo finalmente: un cortile, poi un altro cortile con la vasca, poi un giardinetto, poi ancora un cortile, poi una scala, poi un lungo corridoio e in fondo in fondo, ornata da riccioli di pellicola – avanzi di un suo film di successo – una porta, e infine, il suo regno... "
" La garçonnière... ovviamente piena di divani, di letti, di dormeuses, di ottomane... magari con quadretti erotici alle pareti... "
" No, non c’erano nè letti nè divani nè ottomane, ma solo un lungo, lunghissimo tavolo ingombro di carte, foto, libri, copioni... Soprattutto tante foto, di tutte le sue attrici, aspiranti attrici, ex attrici, tutte alla rinfusa, sovrapposte, di prospetto e di profimo, vestite, velate o mezze nude, che mi sbirciavano – mi pareva – con occhi maligni. Due sedie ai due opposti lati del tavolo, e sul tavolo, allineate in un certo pittoresco disordine teste di polistirolo, tutte con parrucche, di tutte le foggie e di tutti i colori, corte, lunghe, alcuni con veli e turbanti, altre con spilloni, fili di perle e monetine tintinnanti. Tante teste bianche senza sguardo, senza naso nè bocca ; polistirolo espanso, bianco e leggero come neve, che reggeva lussureggianti chiome.
" Ci laviamo le mani – mi disse – vieni! ".
In un angolo una fontanella, di marmo, con un puttino che versava. Anzi no : che faceva il gesto di versare, perchè acqua non ce n’era.
" Ancora uno scherzo della padrona di casa – disse – mi ha ancora tagliato l’acqua. E’ maledettamente gelosa... una vecchia zitella che vorrebbe fare l’attrice. E per dispetto mi chiude l’acqua o la luce. Scenderemo in giardino a lavarci le mani. E intanto prendi questo! ".
Mi porse un telo di lino, tutto ricamato a fiori e uccelli.
" Mi dispiace – dissi – tutto quest’unto di cipolle su telo così bello? "
" Non importa, è già servito in un film. "
Faceva freddo, ma la zitella aspirante attrice aveva anche tagliato il gas e i termosifoni erano gelidi. Rimaneva un aladdin, una di quelle modeste stufette tubolari a petrolio, che usano i persiani poveri, che della magica lampada della storia hanno solo il nome. Bahmàn cercò di accenderla, spirali di fumo avvolsero le chiomate teste di polistirolo, e l’odore di petrolio cercò di mascherare la puzza di cipolle che ci emanava dalle nostre mani, dai nostri vestiti, dal nostro alito. E gli occhi lacrimavano.
Anche gli occhi delle attrici, delle ex attrici, delle aspiranti attrici sembravano lucidi di lacrime, e mi guardavano dal tavolo su cui erano appoggiate le loro fotografie, dalle pareti dove erano appuntate :con astio, con invidia, con pietà, con ironia. Le teste di polistirolo, senza volto come i santi nelle pitture popolari persiane, non minacciavano, nè promettevano nulla.
Mi feci chiamare un taxi, e me ne tornai a casa. Mi accompagnò attraverso il lungo corridoio, poi giù per la scala, poi nel cortile, il giardinetto, un altro cortile con la vasca... Non disse nulla. Quando arrivai a casa mi spogliai del vestito...
" Ricordo bene: bianco e rosa, color cipolla... "
" Per toglierne l’odore delle frittelle e le macchie di grasso... ma il vestito aveva di nuovo l’odore di magnolia e gelsomino e le macchie di unto non c’erano più. "
" Però ti rimasero nella penna, le cipolle... Ci sarebbe da farne uno studio. Ogni tanto ne tiri fuori una:

Vorrei, sì, qualche volta,
essere solamente una cipolla
rosea, con la treccia bionda,
sfogliarmi, spogliarmi
dei sette veli della seduzione,

mettere a nudo il cuore,
farti piangere, una volta almeno,
per andar poi raccontando in giro,
che hai versato per me
lagrime di passione. "

Oh! Cipolle fatali!
" Seppi l’indomani che era partito per studiare in un paese lontano i luoghi per un film. "
" Col suo seguito di attrici, ex attrici, aspiranti attrici... "
" O forse solo in cerca di una testa con occhi naso e bocca. Oppure occhi naso e bocche in mezzo a una faccia... il che fa lo stesso.
Poi andò in un altro paese, ancora più lontano. Tornò il Italia, ma io non c’ero; tornò al suo paese, ma io ero in viaggio. Da ogni luogo, dai paesi lontani, mi mandava cartoline, sempre cartoline. Tante cartoline. Solo cartoline...
Volevo comprarmi una miniatura di madreperla, ma invano cercai il vicolo dei nani. Nessuno ne aveva sentito parlare".

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6.2.07

La piazza 

posted in Voci -by Gianni per gentile concessione a LucaniArt
di Gianni Mazzei
Come dal piombo essi traevano responsi…

“La piazza? E’ certo un luogo fisico, centrale, ma con caratteristiche diverse e con cambiamento di funzione a seconda del tempo e della cultura di un popolo. Come pure con diversità di ubicazione. Vedi qui: questi massi erratici ora non ci dicono niente o possono servire ai miei operai per arginare il terreno o segnare il confine; nel passato probabilmente erano il cuore di una piazza, i dolmen in un’altura come questa dove si elevavano sacrifici agli dei o si adorava il dio sole.
O osservi la piazza che tu conosci: prima è quella davanti alla Chiesa-madre, delimitata dal campanile e dal palazzo dei Principi… Essa dilata la sacralità delle funzioni, celebrate, nell’odore dell’incenso che si espande e nella rotondità della parola salvifica, escludendo ogni altra attività e manifestazione. Se ricordi, il mercatino rionale, con la vivacità delle verdure, la puzza dei pesci coperti da sciame di mosche, avveniva fuori dal sacro recinto, sotto gli archi, per non inquinare il potere divino…”
Cammina, raccogliendo qualche frutto caduto dagli alberi, con dietro il maestro che è andato a trovarlo.
“Ecco” - continua, gesticolando - “è una questione di potere, di trasmissione che crea, a volte, come nel tuo paese, anche una filiazione fisica, una successione spaziale che rispecchia quella temporale.
Alla piazzetta della Chiesa, ormai deserta, preda di gatti randagi, subentra a pochi passi la piazza centrale, tra l’imponenza del castello e i palazzi di cui tu parli. Sempre animata, sempre invidiata, sempre temuta non solo nelle grandi occasioni, dal mercato alla processione del santo patrono al comizio fino alle manifestazioni di massa: anche la quotidianità ha bisogno della sua identità, del suo sfogo che avviene in piazza, come un marchio di autenticità o un umore marcio che lì si secca e consente così una vita recuperata e sana. Col tempo, forse, la piazza si sposterà in quell’altro luogo vicino, ora adibito a fiera, a parcheggio.
O forse, per la piazza cambierà totalmente il modo di essere, in una società, come la nostra, che elimina la diversità a favore della globalità, elimina il singolo, estraneo così alla fisicità ed emotività dei suoi simili, per navigare in rete… Sarà la rivincita del tempo che, a dispetto della sua precarietà, annullerà lo spazio, rinsecchendosi in un unico buco nero, la televisione o internet. Ma sempre piazza sarà e sempre indicherà potere…”
“O contro-potere” - fa il maestro, raccogliendogli gli occhiali che erano caduti, evidenziando così una benda. “Sai, ho dovuto fare un’operazione all’occhio sinistro, per recuperare la visibilità laterale” dice, facendo brillare l’altro occhio, mobilissimo e ceruleo.
“Contropotere, potere: non c’è molta differenza. Cambia la prospettiva soltanto, la piazza resta identica. Sia se la folla parigina uccida o inciti alla decapitazione del re, sia se gli studenti fermino i carri armati a… Ciò che viene subito dopo non è altro che un assestamento tellurico dello sfogo terrestre che ha già disegnato i suoi meccanismi, i suoi momentanei protagonisti, le sue falsificazioni, i suoi vinti e i suoi vincitori…”.
E’ la prima volta che capita al maestro, su insistenza dell’amico, di ascoltare questo guru della cultura.

(stralcio tratto dal romanzo inedito "La piazza", capitolo II° )
Gianni Mazzei è nato e vive in Calabria dove insegna Storia e Filosofia nei licei. La sua massima aspirazione è diventare “ un cattivo maestro” come Socrate. Il suo daimon, però, non lo sconsiglia di interessarsi di politica, che considera un dovere, specie al Sud, dell’intellettuale, al servizio della collettività.
Ha pubblicato: saggi (Politicamente polemico, Mimmo Zappone, giornalista, Storia di un’interna contestazione, dittico), poesia (il rumore del nulla, balbettìo d’eterno, l’errore non rettificato, di là dalla siepe, ricordo di ogigia col pseudonimo Linciu), romanzi (in exitu Israel,Speculum, Io, Giulio, La piazza). E’ in corso di stampa il saggio “Il tallone di Edipo”, come ricerca dell’identità occidentale. Hanno parlato di lui: B. Squarotti, Selvaggi, Piromalli, Sessi, Lauretano, Tedeschi, Bruni, Mangone, Vincenzi.

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23.1.07

Imbroglia il tempo 

postd in Voci -by Rosario per gentile concessione a LucaniArt

di Rosario Castronuovo

Fai la porzione ai vicini, ai parenti
nei giorni grassi, ed a chi non ha niente

parole, pietre, pietrisco, polvere
aria tra i denti, sprecano parole inutili
parlano nasando, copiano l’America

parole che umiliano, uccidono dentro
offendono, sull’asfalto seccano macchie
candide d’innocenti piegati e soli

trascinano macigni d’indifferenza
e vince sul suo campo il diavolo,
le vittime sono fratelli e genitori

le porte sbattute sul naso il segno
shoah del duemila vola
nell’aria infetta da nord-est

disinfettano tavoli e treni del sud
invidiano colore e sorrisi, tuona
l’organo e il dolore lacera pensieri

imbroglia il tempo, scappa senza dircelo
cambia il palcoscenico


(testo inedito)

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10.1.07

Gli anarchici 

posted in Voci -by Carlo per gentile concessione a LucaniArt

di Carlo Calza

Alessio G. punito per la sua acclarata militanza anarchica , a quaranta anni, aveva dovuto lasciare l’Emilia per la Basilicata.
Fu mandato ad insegnare in una scuola di montagna, in una zona tra le più impervie e pressoché irraggiungibile durante i mesi invernali.
Il primo ottobre raggiunse la sede: un villaggetto posto su un altopiano di argille franoso, da un lato a strapiombo su un ampio e profondo vallone, riarso dai soli estivi, ingiallito dalle stoppie aduste, con rari mandorli e qualche ulivo saraceno che ostentava alla luna le sue drupe verdi, lucide, ancora acerbe.
Le case distanti l’una dall’altra, collegate da sentieri che le piogge trasformavano in abbondanti rigagnoli.
Per raggiungere il paese occorrevano più di due ore. Il sentiero, in parte nel bosco, per lunghi tratti si snodava per balze rocciose e c’era l’Acqua nera da guadare: un torrente all’apparenza innocuo, in magra lento e a tratti melmoso, ma brutta bestia se diventava cattivo con le sue piene improvvise. Si diceva in giro che pure le serpi assetate, se ne rimanevano a distanza.
Una volta aveva travolto un contadino, l’asino su cui era a cavallo e la capra legata al basto. Li trovarono senza vita, impigliati a valle tra i rovi della stretta.
La scuola: una stalla per buoi, sgombrata e ripulita alla meglio, semibuia anche a mezzogiorno, fornita di sedie spagliate e tavolini sbilenchi.
Al piano superiore l’alloggio del maestro: uno stanzone, collegato all’aula da una scala a pioli. Una branda, un tavolo con due sedie, un bacile sul suo sostegno di ferro arrugginito ne costituivano l’arredamento.
Il fumo di decenni ne aveva annerito le pareti fino al punto da rendere inutile ogni tentativo di biancheggiarle. Al centro un’enorme camino fuligginoso ai lati del quale due finestre sgangherate con i vetri appannati da una patina grigia di decenni tentavano di far filtrare un po’ di luce.
Nella strada, a un paio di metri dalla porta di ingresso, sotto una tettoia di tegole una sorgente di acqua potabile.
In due mesi, il maestro si era visto in paese due o tre volte. Era venuto giù di domenica per comprare il necessario, evitando ogni incontro.
E ritornò anche il giorno dell’Immacolata.
Dopo aver fatto le solite compere: viveri, sapone, fiammiferi, sigarette, si fermò dal barbiere per mettere in ordine capelli e barba.
Se ne stette per tutto il tempo in perfetto silenzio, sicuro che in paese nessuno sapesse della sua vicenda.
Invece, appena uscito dal salone, gli si accostò un signore alto, magro, elegante nel cappotto nero doppio petto, con la barba folta e curatissima, occhiali pinces-nez, catenina di argento a reggere l’orologio che gonfiava il taschino sinistro del gilè e cravatta a fiocco di seta nera.
“ Che freddo stamattina, signor maestro, che ne dite di prendere una tazza di cioccolata calda al caffè qui di fronte ? Mi fate l’onore di accettare ? ”
Alessio dapprima restò interdetto, quindi gli porse la mano:
“ Sono Arnaldo Terranova…il sarto del paese, ho il mio laboratorio là, in fondo alla piazza “ e indicò con l’indice della sinistra un portoncino verde, quindi si avviò con passo spedito verso il caffè, riparandosi le guance con i baveri del cappotto,
“ Mi chiamo Alessio .” rispose il maestro, mentre lo seguiva , calcandosi il cappello che il vento tentava di portargli via.
Entrarono, occuparono un tavolo nel fondo, Arnaldo ordinò la cioccolata quindi, sottovoce, passando subito dal voi al tu:
“ La penso come te. Di te so tutto, d’altra parte, in paese, tutti sanno chi sei e perché dall’ Emilia sei venuto a finire in questo purgatorio, per non dire inferno. Ma non preoccuparti, non sei solo.”
Alessio non seppe cosa rispondere, riuscì a dire solo “ Grazie ! “ tra un sospiro e un altro.
Si alzarono dopo poco, Arnaldo pagò e sulla porta del caffè, battendogli la mano sulla spalla, riprese: ” Se avrai bisogno, vieni a trovarmi, compagno!.”
Alessio ringraziò di nuovo e, dopo una lunga stretta di mano, prese la via del ritorno.
Arnaldo lo seguì con lo sguardo fino a quando sparì dietro l’angolo della chiesa.
La vigilia di Natale, a metà mattina, mentre si preparava ad uscire, Arnaldo sentì bussare piano alla porta, un colpetto quasi impercettibile. Aprì, era Alessio.
“ Ciao, entra ” e se lo tirò dentro richiudendo subito la porta.
“ Ciao Arnaldo ”.
Il vento gelido di quel giorno non consigliava di tenere aperta la porta neppure per un istante.
Entrarono nel laboratorio, Alessio si gettò su una poltrona stanco e infreddolito e girò gli occhi intorno: un ordine impeccabile regnava dovunque.
Un Crocifisso di legno scuro che pendeva dalla parete di fronte alla porta tra le due finestre attirò la sua attenzione. Si fermò a guardarlo per qualche secondo.
“ Te ne meravigli ? Sono anarchico come te, perché come te non credo nel disinteresse di chi governa, nelle leggi della moderna economia, nell’onestà dei più, specie dei potenti, ma credo in Lui, perciò ti do il buon Natale, buon Natale Alessio ”.
“ Anche a te: buon Natale , Arnaldo.” E si abbracciarono.
Ora lo sguardo di Alessio si era girato verso una tendina di cotone fiorata che nascondeva dal soffitto al pavimento l’angolo destro in fondo alla stanza. Al centro vi era cucito un foglio di carta da disegno, sul quale, in rosso sgargiante, era scritto in caratteri stampatello: QUI - RINALE. “ E’ l’angolo riservato a me ”. Spiegò Arnaldo ridendo, e rise finalmente anche Alessio e di cuore.
Tutto il magone che si portava dentro da tre mesi come d’ incanto stava scomparendo.
Rimasero insieme tutto il giorno, chiusi in casa, parlarono, parlarono tanto e la sera cenarono, brindarono alla vittoria anarchica, al fulgido avvenire dell’umanità che poteva solo tardare, ma non mancare.
Non era prudente riprendere al buio la via del ritorno e Alessio rimase anche la notte a casa di Arnaldo. Si coricarono, ma non dormirono. Parlarono, parlarono ancora e le prime luci che filtrarono dalle fessure delle imposte li sorpresero ancora in conversazione.
Dopo il caffè, si salutarono e Alessio ritornò ritemprato al suo stanzone freddo e affumicato.
A gennaio nevicò molte volte e ad Alessio non fu possibile tornare in paese.
Ai principi di febbraio, come capita sovente nei paesi, cominciò a circolare, segreto di tutti, una voce che doveva confermarsi veritiera.
Una sera, dalla corriera scese un signore anziano, bene imbacuccato, ma visibilmente infreddolito, con ombrello e borsa di cuoio che chiese subito di una buona locanda.
Qualcuno lo accompagnò alla sola esistente, dove prese alloggio.
“ Solo per questa notte” – specificò all’albergatore - e che il letto sia comodo e la stanza riscaldata. Tra un’ora cenerò, qualsiasi cosa andrà bene, purché sia bollente. E per domani mattina presto, avrei bisogno di una cavalcatura. Una mula quieta, condotta da qualcuno che sia pratico dei luoghi. Mi raccomando. ”
“ Certo! Qui in paese di mulattieri pratici della zona ce ne sono quanti se ne vogliono, non vi preoccupate me ne occuperò io “ assicurò l’albergatore.
“ Per il compenso, pagherò quanto mi sarà chiesto ” riprese il forestiero, mostrando tutto il suo ispido rigore.
Si ritirò quindi nella camera indicatagli dalla cameriera e, dopo un’ora, puntualmente riapparve nell’ingresso, visibilmente rinfrancato.
L’albergatore gli andò incontro, lo accompagnò in sala da pranzo al tavolo già apparecchiato e lo assicurò che l’indomani mattina un mulattiere sarebbe stato a sua disposizione con una mula, la più fidata. Gli servì la cena e si ritirò in cucina richiudendo la porta.
Il forestiero restò solo e iniziò a cenare con lo sguardo fisso nel piatto, come lo trovò alla frutta Arnaldo, avvolto sempre nel suo cappotto nero.
“ Buonasera, ho qualcosa di importante da dirvi, di molto importante – gli disse avvicinandosi al tavolo - Permettete ? ”
Il forestiero alzò gli occhi restando fermo con la forchetta tra le dita.
“ Sono Arnaldo il sarto, l’unico amico del maestro emiliano qui in paese ” .
E tirò la sedia che stava di fronte al forestiero. La girò con la spalliera verso il tavolo, la inforcò a cavalcioni, si sedette e, guardandolo fisso negli occhi, anche se nella sala da pranzo non c’era anima viva oltre loro, con un fil di voce continuò :
“ Voi siete un ispettore scolastico, so perché siete venuto, siete venuto per recarvi domani mattina nella scuola di Alessio per procedere ad una ispezione e redigere comunque un verbale negativo, ma tanto negativo, da poter giustificare il suo licenziamento ”.
Il forestiero cominciò a guardarlo con apprensione.
“ Vi consiglio di non andarci – continuò ancora il sarto - Alessio sa che qualcuno vuole fregarlo definitivamente ed è male intenzionato. Non so, ma forse avete moglie… figli… La scuola si trova in una zona isolata, lontana da Dio e dagli uomini, la poca gente che vi abita domani mattina sarà al lavoro “.
Arnaldo diventava sempre più rosso in volto. E dandogli ora del lei in segno di sfida :
“ Accetti il mio consiglio, non ci vada ! ”
Poi, ficcandogli negli occhi il più terribile degli sguardi, si alzò e mentre rimetteva a posto la sedia, senza permettergli di dire una sola parola, gli disse ancora :
“ Non ci vada ! Non ci vada ! ”
Si riabbottonò il cappotto e andò via in silenzio come era venuto, soddisfatto della più grossa bugia della sua vita.
Trascorse la notte.
Al mattino il mulattiere era pronto all’appuntamento. II tempo minacciava pioggia, ma sprazzi di sereno pure apparivano e sparivano tra la nuvolaglia.
Il forestiero uscì dalla camera, andò incontro all’albergatore che già sfaccendava da tempo e pagando il conto gli disse:
“ Vista la cattiva giornata, ho deciso, di soprassedere al sopraluogo che avrei dovuto fare, ritornerò un’altra volta. E a voi - rivolgendosi al mulattiere – quanto devo per il disturbo ? “
“ Ma figuratevi, niente, niente, arrivederci ”. Il mulattiere andò via e il forestiero, tornato al tavolo dove la sera precedente aveva cenato, sorbendo lentamente un cappuccino, attese la corriera.

*

Carlo Calza vive a Chiaromonte (PZ). Si occupa di ricerca storica, di poesia e narrativa.

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31.12.06

L'officina del padre 

posted in voci - by Mariano per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

I fiori e l’odore di betulle
sulla strada di Betlemme
nell’officina del padre
si forgiano stampelle
di legno avvitate da chiodi
un bambino sussurrando chiede
dell’acqua ricevendo un colpo
sul naso e sangue per terra
presagio di un triste destino
annunziato da un angelo
tanta sofferenza e dolore
cominciati dalla filiazione
nell’officina del padre
di una giovane madre
con un vecchio falegname
povertà sacrifici stenti e fame
e subito in fuga verso l’Egitto
per salvarsi dall’infausto editto


(testo inedito)

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28.12.06

La mia religione 

posted in Voci - by Gina per gentile concessione a LucaniArt

di Gina Labriola

Era di odori e di suoni
la mia religione.

Ero forse io il bambino nudo
tra le braccia di Maria?

Mia madre era bella e bianca.
Vestita di chiffon azzurro
cercava in cielo messaggi di comete.

Tra le mani affusolate di mio padre
fioriva come un giglio
la penna stilografica.

e il pastore c’era davvero:
si chiamava Vincenzo
portava zoccoli di legno
suonava la zampogna
la pelle,
era quella della capra
che mi aveva dato il latte
munto davanti alla mia porta.

La paglia
era quella delle mie campagne,
il muschio era cresciuto
sulle querce di Vertunno.

In chiesa,
c’era odore d’incenso
di sudore e di formaggio.

La neve era vera
si ammucchiava sui tetti,
e mia nonna col vincotto
mi faceva il sorbetto.

Maria dalla faccia tonda
faceva soppressate di maiale
le asciugava al fumo,
ghirlande in prosa, sul camino,
mentre mia madre aspettava i Magi
neri su cavalli bianchi.

Natale di odori.
La frittura di anguille,
il capitone ed il mistero.

Natale di mia nonna
delle sue preghiere.
Mi addormentavo
al ritmo delle litanie.

Ha portato via, mia nonna,
nelle cocche del grembiule
che odorava di origano e di menta,
col significato delle sue preghiere,
tutta la mia religione.

Non cresce più il muschio
sulle querce di Vertunno
per il mio presepe
la paglia è di carta,
il bambino è di creta.

I cavalieri bianchi e neri di mia madre
si sono inabissati nella notte.
La cometa dei miei anni
ha ghirigori d’oro
ghirigori neri,
ma non splende in cielo
come quella sera.


(testo inedito)

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17.12.06

Gli zampognari 

posted in Voci -by Teresa per gentile concessione a LucaniArt

di Teresa Armenti
La magica e melodiosa atmosfera del Natale
Era il suono delle ciaramelle ad annunciare il Natale l’8 dicembre, giorno di preparazione del presepio. Era un suono dolce, melodioso. Veniva da lontano e, man mano che si avvicinava, diffondeva nell’aria un’atmosfera di magica attesa. Eccoli là, per strada: con il loro incedere lento, solenne, quasi sacerdotale, il cappello a larghe falde ben calcato sulla testa, il mantello nero, a ruota. Erano in due: uno suonava la zampogna, che teneva stretta stretta al petto, e l’altro l’accompagnava con il piffero, avanzando a passi più leggeri. Invitati, entravano e si fermavano davanti al presepio. I cappelli neri scomparivano ed apparivano i bianchi capelli. Le gote incavate si gonfiavano, le palpebre allungate si ritraevano, le rughe si avvicinavano, i baffi si drizzavano, il naso diventava ancora più rosso. Tutto il loro fiato andava a finire nel bianco otre che sprigionava un suono…di favola. Osservavamo, in religioso silenzio, i movimenti agili delle grosse dita, i pantaloni di fustagno, gli scarponi impregnati di sevo, che accennavano a passi di danza. Gli zampognari portavano con sé l’odore della montagna, che sapeva di resina e d’incenso. Essi ci avvolgevano nel loro ampio mantello, nel loro suono misterioso che andava diritto al cuore e non ci lasciava. Ci trasportavano in un mondo magico, dove regnava solo l’amore. Scomparivano d’incanto i bisticci, le amarezze, la solitudine. Prendeva posto la Speranza. Gli zampognari, dopo aver finito, si asciugavano con mossa repentina le labbra, che si aprivano a un sorriso natalizio, accettavano l’offerta, si rimettevano i cappelli e scomparivano, lasciandosi dietro l’eco delle loro note. Venivano dalla montagna. Erano pastori che, a dicembre, si trasformavano in suonatori, scendevano a piedi lungo i tratturi, attraversavano vie e vicoli, entravano nelle case, annunciavano a tutti il grande Evento con un semplice suono. Anche a Castelsaraceno, paese di pastori, c’erano gli zampognari. Erano in tanti. Acquistavano i “suoni”, come venivano chiamate le cornamuse, a Viggiano e li usavano non solo a Natale ma in ogni altra ricorrenza religiosa o civile, andando, nel mese di dicembre, anche nella zona ionica. L’ultimo zampognaro di Castelsaraceno, Prospero Iacovino, vecchietto arzillo, che si dedicava con maestria anche ad intagliare il legno, ha allietato i nostri Natali di dolce melodia. Ora le sue zampogne sono appese in un vecchio magazzino e soffrono di malinconia.

Teresa Armenti vive a Castelsaraceno (PZ). Studiosa di storia lucale ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggi. Collabora con i suoi interventi al progetto LucaniArt.

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8.12.06

Ho riti fermati alle tue parole 

posted in Voci -by Gigia per gentile concessione a LucaniArt

di Maria Luigia Iannotti

Ho riti fermati alle tue parole
un paio di scarpe che valgono tempo
capelli senza forma e moda
Astrazioni in accumuli di corpo
La fragola nel vaso
ha il sapore del verbo amare
ma non ha colpa
Il mio cercarti è cuore di volatile
sperduto
che batte e ribatte contro i vetri
corso dall'incontro
spezzato dall'urto
caduto nel fondo
della pupilla di un gatto


(testo inedito, 2003)

Maria Luigia Iannotti (Trecchina 1978) ha pubblicato Radici di vento (Ed. Il Coscile 2003) ed è uno dei collaboratori del progetto LucaniArt.

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22.11.06

Una metafora di gruppo 

posted in voci - by Mariano per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

Era un ciclista. Dilettante e gregario portava le borracce per il proprio capitano. Quindi come dicevano i cronisti era un atleta importante per il gioco di squadra. Siamo ad una tappa molto importante, che le testate giornalistiche non esitano a definire come una delle tappe più importanti di tutto il giro. L’inizio è fatto di spintoni di grinta e di agonismo, non che nel resto di una tappa non ci siano momenti come questi, ma all’inizio di una tappa c’è sempre la bagarre. Allora ecco tutta la squadra reagire e lottare per conservare le prime posizioni. I primi posti sono fondamentali per una tappa come questa di oggi fatta di salite impervie e discese ripide. Con tutta la squadra andiamo in avanscoperta insieme ad un drappello di avversari. Per fare la lepre o l’apripista ci vuole comunque del talento, nel ciclismo come nella vita pochi riescono ad improvvisare, bisogna allenarsi durante tutto l’anno. Il gruppo si era allenato bene di modo che ognuno conosceva a memoria le capacità e i limiti degli altri. L’importante è rimanere insieme specialmente in una tappa come quella di oggi. Inizia la prima asperità sembra non finire mai. Questa montagna vista da sotto sembra altissima, poi pian piano arrampicandoci ci è sembrata meno dura. Attenzione inizia la discesa: lavoro per tutti. In una discesa si può cadere più facilmente che in salita quindi bisogna scortarsi vicendevolmente, bisogna prendere i rifornimenti, i fogli di giornale per proteggersi dal freddo e coloro che sono capaci debbono disegnare le traiettorie, facendo prendere bene le curve agli altri. In una discesa a volte si rischia anche di morire. Per fortuna siamo arrivati giù tutti sani e salvi. Inizia la pianura. Quando la strada è pianeggiante i passisti ossia quelli del gruppo che riescono ad andare con un’andatura regolare debbono portarsi in testa al gruppo e tirare. Quindi avanti quelli fra noi che hanno più birra in corpo, si mettano in testa al gruppo a tirare. Fra un po’ dovrebbe arrivare una montagna altissima l’ultima asperità della giornata. L’arrivo in cima di oggi potrebbe rivoluzionare la classifica generale. Nel frattempo vado a chiedere consigli tecnici e tattici all’ammiraglia dove ci sono i responsabili. Sono in cinque: c’è il team manager, il secondo, l’allenatore in prima, quello in seconda e l’autista. Mi passano un foglietto da dare ai miei compagni. Eseguito. Ci intendiamo con un occhiolino col team manager, dopo tanti anni di corse, difficoltà e incidenti ci basta una semplice occhiata per intenderci. Già penso all’ultima salita di oggi. Se ci riesco vorrei dare proprio su quella montagna il mio meglio per oggi. Attenzione. Scatti e contro-scatti in una salita finale imparare ad osservare gli altri è fondamentale. Osservare col cuore e con la mente lucida sia le difficoltà che anche capire la propria forza e dosarla. Ma soprattutto osservare gli altri: aiutare i propri compagni in difficoltà e badare agli avversari che non tentino un allungo. Siamo al finale il mio capitano decide di andarsene da solo fino alla vittoria, i compagni che non ce la fanno più vanno su col proprio passo, io con loro proseguo col mio passo. Non importa arrivare fra i primi. Importante e è aver dato anche oggi il massimo. All’arrivo siamo tutti stremati. Qualcuno viene intervistato, qualcun altro verrà intervistato nei prossimi giorni. Il nostro capitano ha conquistato la classifica a punti, noi siamo felici per lui, con lui … e siamo primi in classifica generale!

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2.11.06

Orizzonti verticali 

posted in Voci- by Mapi per gentile concessione a LucaniArt
di Maria Pina Ciancio
Cercò l'interruttore della luce. Erano le quattro e un quarto e non aveva chiuso occhio tutta la notte. Un pausa interiore. Poi con un gesto rituale e istintivo prese foglio e penna dal ripiano del tavolo. Cinque, dieci minuti e le parole non vennero, o meglio, le parole avrebbero voluto venire così com'erano, semplici e scomposte. Fredde e scorticate. Maledette e logore. Avrebbero voluto accompagnare il vento nella sua folle e ignota corsa verso un esilio indisturbato. Sollevare foglie, carte, strappare fiocchi e cappelli dalle teste. Condannare, assolvere o salvare. Essere vita, morte, odio, amore, nascita, vittoria e abbandono senza riparo. Alle quattro e un quarto di notte, stanotte M* sapeva e non poteva. Ed era così chiaro quel buio della mente. Un lampo potente e consapevole, da far luce all'epigrafe di morte che gli avevano etichettato addosso. In alto, in basso, porte socchiuse ovunque. Orizzonti verticali ricuciti a mano dai pensieri. Odore di cenere, cannella e scorza d'arancia sbriciolata tra le dita. Ripose foglio e penna sul comodino e spense l'interruttore della luce. La vita tutta negli occhi adesso. Le parole un grumo nella testa e sul cuscino. Deliranti e impossibili. Quella notte di vento, una mano sul petto, l'altra sulla fronte, seppe il senso della resa. Quello che nasce da un dolore irresponsabile e lento. E fu all'incrocio con l'alba, quando il vento finì, che il suo tempo risuonava già altrove.

Maria Pina Ciancio
(Winterthur, 1965) cura il blog letterario LucaniArt e altri progetti in rete.

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12.10.06

Un posto dove 

posted in Voci - by Mariano per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

Un posto sorridente dove il lutto è la norma
appeso alle mammelle di una ma mamma
mammona fatta di sprechi e ingiustizie

in cui rito e mito si fondono con la storia
con storielle e storiacce di abusi e soprusi

un posto solare dove la donna è sottomessa
in cui ignoranza e cultura vanno a spasso
e spesso si confondono in barbarie civile
fatta di speculazioni e di inquinamenti
un posto bello dove si muore in silenzio
o di vecchiaia o di mercurio e amianto
in cui sorriso e pianto fanno corpo
o anima col pane e l’alcolismo diffuso
e il sopruso non viene considerato un’offesa
un posto elicoidale e avviluppato su se stesso
umbratile schivo e boschivo e un po’ impacciato
ecco questo posto sembrerebbe quasi la Basilicata

(versi inediti, 2006)

Mariano Lizzadro è nato nel 1972 a Potenza dove risiede. Si è laureato in Psicologia con una tesi su Dino Campana. Ha pubblicato Frammenti di viaggio Ed. Appia 2 (1999) e Parole contro Ed. Scriptavolant (2003). Collabora con articoli di letteratura e critica cinematografica al Progetto LucaniArt.

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24.8.06

Versi di lotta e di passione 

posted in Voci - by Vincenzo per gentile concessione a LucaniArt

di Vincenzo D’Alessio

Il corno da caccia suona
nella muraglia di nebbia
cani affamati dal secolo in pena
cercano fiere nelle ombre
furtive dei faggi secolari
Ci duole il petto a sentirli
narrare della fatica quale
unico pane di quei giorni
i sassi tra le foglie affiorano
aguzzi al passo veloce
Risento il dolore salire
nella pianta del piede le orme
saranno la scia nemica
degli orchi che migrano in cerca
della notte. Siamo vivi ancora
per poco davanti ai politici
che in coro massacrano
la terra ognissanti cede
qualcosa alla morte. Siamo
avanti ai torti alle energie rubate
al sogno disperato del bene
alla fretta che viene a cancellare
l’ora di tregua il terrore
che vuole la sua parte. Avanti!
gridano le acque dal suolo
all’ira che ci porta i timori
nella fuga abbiamo perso il cuore

***

Eravamo contadini all’alba
sangue verde sopra rocce aperte
nomi senza ritorno.
Terra noi siamo quando
la tempesta ha rubato pascoli e
mandriani violano il focolare.
Teleselezione anonima
mentre madre vera annichiliva
nel cemento.
Fabbriche senza tregua strade
senza fine e l’uomo solo in
cerca del destino

Vincenzo D'Alessio, è nato a Solofra (AV) nel 1950 e vive a Montoro Inferiore (AV). E promotore del Premio Nazionale Biennale di Poesia "CIttà di Solofra". Si interessa di storia, in particolar modo del "culto michaelico", di archeologia e di antropologia. Con la Scuola Elementare del I° Circolo Didattico di Solofra porta avanti un lavoro di valorizzazione e di promozione della poesia.
Ha pubblicato per le Edizioni Gruppo Culturale "F. Guarini" nella collana "Luci Meridionali - poesie" le seguenti raccolte di poesia: La valigia del meridionale 1975, Un caso del Sud – 1976, Oltre il verde – 1989, Lo scoglio – 1990, Quando sarai lontana – 1991, l'Altra faccia della luna – 1994, Cost'Amalfi - 1995, La mia terra – 1996, Ippocampo – 1998, Elementi – 2003, Versi di lotta e di passione - 2006.
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5.8.06

Mio padre racconta il Novecento 

pposted in Voci - by Teresa per gentile concessione a LucaniArt

di Teresa Armenti

Mia madre "a mirichessa"
Mia madre era analfabeta, però sapeva fare ‘a rocchio[1], a scisciola[2], a vendre[3], ‘u riscende e a risibola[4].
Spesse volte la chiamavano con urgenza.
Anche quando ritornava dalla campagna, prendeva una penna di gallina nera, un anello di argento, una chiave mascolina di ferro e si recava dalle persone. Si faceva il segno della croce e bisbigliava le sue formule, che erano segrete, recitando pure a bassa voce il Pater Noster, l’Ave Maria e il Gloria Pater. Queste formule magiche si potevano trasmettere solo nei giorni di festa che capitavano una volta all’anno, come a Natale, a Pasqua, a S. Giuseppe.
Una volta il medico curante di Castello, don Peppo Lardo, rientrò a casa con la faccia molto gonfia. La moglie lo osservò e disse:
“Tu hai la risibola. Dobbiamo andare a chiamare cumma Tresa ‘u Lazzarotto”.
Rispose lui:
“Sta mangialardeddo
[5] ri Latronico, tutte le ciutizie[6] sai tu”.
Lui era stanco e andò a dormire.
Subito la moglie andò a chiamare mia madre, che accorse con i suoi attrezzi e gli fece la risibola.
Quando il medico si alzò, disse:
- Lo sai, che mi sento meglio!
Rispose la moglie:
- Se non fosse stato per me, che sono andata a chiamare la donna, hai mente a ci cantà
[7]-
Così la faccia gli sgonfiò.
A quei tempi il medico si pagava.
Nella mia famiglia c’erano 3 o 4 visite da pagare. Andò mia madre a casa del dottore:
- Don Peppino, sono venuta a pagarti le visite, perché finora soldi non ne abbiamo avuti; ora mio marito ha fatto delle giornate e quindi il primo pensiero è stato quello di venire da voi-.
Il medico rispose:
- Cumma Teresa, tra medico e medico andiamo pagando le visite! -
E non volle essere pagato.

Alle perse con un carro armato inglese
Un giorno arrivò nei pressi della trincea un carro armato pesante. Io ero nella buca. Già mi arrivavano le briciole della terra sulla testa. Era proprio sopra di me. Stava per scheggiarmi. Mi presi una paura terribile. Ero in attesa della morte. Ad un certo punto il carro armato si fermò e mitragliò nella buca; la bocca del fuoco era alta e le pallottole mi sfioravano quasi la punta dei piedi. Io fermo, immobile, pieno di paura. Il carro armato proseguì il cammino. Arrivato ad un certo punto, gli arrivò un proiettile nei cingoli e il carro armato non poté andare avanti. La situazione si ribaltò. Uscimmo dai nostri nascondigli, eravamo tre o quattro e arrivammo ad una certa distanza dal carro armato.
Gli scaricai addosso una raffica di mitraglia.
Risposero gli Inglesi:
- Basta! Basta! Non sparate più. Siamo vostri prigionieri”
Arrivammo vicino al carro armato. Uscirono, uno alla volta, con le mani in alto. Erano tre inglesi. Passammo la rivista. Tirarono fuori le sigarette e ce le offrirono. Io passai la rivista anche nel carro armato. Trovai tre valigette. Una la lasciai nella mia buca. Accompagnai gli Inglesi al Comando con le altre due valigette. Le aprirono e trovarono tante carte topografiche. Io, dopo averli consegnati, tornai indietro ed andai ad aprire subito la valigetta. Ci trovai le attrezzature per la barba, due macchinette per i capelli, due paia di forbici, una penna stilografica, carte e buste per scrivere. Io e gli altri soldati avevamo i capelli lunghi come maghi; subito mi misi al lavoro e tagliai i capelli a tutti. Venivano anche gli altri che stavano più lontano e addirittura pure i Tedeschi.

Le lenzuola rubate
Nel cantiere, dove riparavamo le tende, ci consegnavano la stoffa che serviva per rattoppare. Era una percallina bella, bianca, che ti veniva il piacere di toccarla. Pensammo di ricavarci anche le lenzuola, perché dormivamo solo con una coperta. Era davvero un peccato non usare questa percallina. Gli Inglesi passavano l’ispezione all’uscita, perché non dovevamo portare niente fuori. Sapevamo anche che non erano generosi: se chiedevi loro qualcosa, si accontentavano di infossarla e non te la davano; quindi dovevamo studiare il modo per non farci accorgere.
Ogni giorno, prendevamo la misura giusta delle lenzuola con il palmo delle mani, stendendo le braccia, tagliavamo la stoffa e la piegavamo con una pazienza ed una precisione. Prima l’avvolgevamo vicino alla vita.
Andò bene per un po’ di tempo.
Qualche italiano, ruffiano, si avvicinava all’ufficiale inglese e nell’orecchio gli sussurrava:
-Mister, gli operai vi fanno fessi, si portano le lenzuola.
-No, non è possibile.
-Eppure ti dico che è vero.
Andavano a controllare e requisivano subito le stoffe.
Noi non ci arrendevamo, mettevamo le lenzuola ben piegate nel berretto. Lo stesso italiano faceva la spia e dopo un poco c’era il controllo. Passammo alle borracce di 2 litri: toglievamo la parte inferiore, lì inserivamo la stoffa; prendevamo, poi, una tela di racana
[8], la bagnavamo per bene, così gli Inglesi credevano che portavamo l’acqua.
Anche questa volta fummo scoperti.
Non sapevamo più dove nasconderle.
Pensammo alle scarpe. Sceglievamo le scarpe di due misure più grandi dei nostri piedi. Piegavamo per bene la percallina e la facevamo entrare nelle scarpe.
Il solito spione:
-Guarda che gli Italiani ti prendono in giro.
L’ufficiale, incredulo, prese anche lui un paio di scarpe e provò ad infilarci il pezzo di stoffa, ma non ci riuscì e non volle più credere a quanto gli veniva riferito.

[1] Mal d’occhio
[2] Cura il male alla lingua
[3] Mal di pancia
[4] Erisipela
[5] Mangiatrice di lardo
[6] Sciocchezze
[7] Il dolore non ti sarebbe passato
[8] Iuta
Teresa Armenti, di anni 56, pensionata, vive ed opera da sempre a Castelsaraceno (Pz). Ha insegnato lettere nella scuola media fino al 2004. Si interessa di storia, poesia, saggistica e letteratura.Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: “Quotidianamente”, Porfidio Moliterno 1993, “La danza di attimi vaganti”, Gabrieli Roma,1996, 2001. “Da Castelsaraceno –Terra di magia lucana” –Settembre 2004. Collabora con il Mensile Il Sirino. Si è interessata della religiosità ed umanità nei romanzi di Pietro Mele e del brigantaggio femminile, tematiche promosse dalla Pro Loco di San Severino Lucano e pubblicate nel 2000. E’ inserita nella raccolta “Voci di donne lucane” curata dalla Regione Basilicata nel novembre 1996. Fa parte della redazione “Il Paese Tra pensieri ed azioni”, periodico locale di Castelsaraceno. È iscritta all’Associazione della Storia Sociale e del Mezzogiorno. E’ impegnata con l’amica e collega Ida Iannella nella ricerca storica, antropologica ed archeologica della sua terra. Insieme hanno pubblicato i seguenti lavori: “Castelsaraceno nella storia della viabilità lucana”, in Bollettino Storico della Basilicata, n. 11, dic. 1995, Osanna Venosa; “Nella magia della fede - La festa del Santo Patrono a Castelsaraceno”, EdiSud Salerno 1996; “S. Angelo al monte Raparo e il culto micaelico”, Ermes Potenza,1998. “Castelsaraceno- La Chiesa Madre: Santo Spirito”, Ed. Gruppo Culturale “Fratelli Guarini” Solofra (Av), ottobre 2004. “Intorno a Planula”, in Rassegna Storica Lucana, n. 37-38, a. 2003, Osanna Venosa. Insieme hanno curato le Schede di lavoro con spunti di riflessione del romanzo “Un anarchico al governo” di Angelica Pezzullo, Editrice Ermes, Potenza, settembre 2003. Nell’ambito della XVI Edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra,” ha ricevuto il 25 marzo 2006, insieme a Ida Iannella, la Medaglia del Presidente della Repubblica, per la costante opera di divulgazione storico-archeologica della Basilicata.
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8.7.06

Poesie sparse 

posted in Voci - by Pietro per gentile concessione a LucaniArt

di Pietro Dommarco

RITRATTO DELLA MIA TERRA

Luci di prima alba

Le querce e i castagni
Si vestono di brezza
Riposano i tigli
Dormono gli ulivi
Nell’aria di fieno
E di bestiame

Un contadino solo
Il sudore semina
Sugli aratri e sulle rughe
Dei fedeli campi

In lontananza
Nugoli di case
E dall’alto
Lento cammino
Di formiche rosse

Poi buio notte cipressi
Fino all’ultima lanterna.
(2001)

***

APOLOGIA DELLA COSCIENZA

Tramortito e silente
Nelle ragnatele della
tristezza,
Dove mi ignora il ragno
inconscio,
Ma l’angoscia d’esser preda
Imbavaglia le mie coscienze.
(2003)

***

PA'

Vorrei fingere
Che le nostre ombre
Siano com’erano

Calpestare il tempo
Che ha eretto
Mura di sguardi

Vorrei sfogarmi
E dirti tanti perdoni

Ma il cammino ha solo
Un cammino.
(2000)

***

STORIE DI POCO CONTO

Il richiamo della terra
È forte e acre
Per lasciare che l’oblio
Prepari i miei abiti

Lungo gli steccati
Fioriscono le voci e
Le invocazioni e i sensi

Tradiscono le nuvole
Disegnate per prendere
In mano gli sguardi

I desideri sono
Spine nel fianco
E te li trovi dietro
Come sassi di fiume

Scorrono veloci
Prima di colpirmi.
(2003)


***

TERRA LUCANA

Sapori acerbi
Tra queste pietre
Di verde e di fiori

Tra le colline
La calma antica
Aromi e canti
Conducono i ricordi

Di fiumi e di vespri
I nostri cuori vivono
Ascoltando i versi
Di foglie e d’autunno
Nella silente pace.
(2001)

***

VIAGGIO DI SOLA ANDATA

Se dei sogni potessi fidarmi
Lascerei che propizino
L’amaca dell’ozio

Ma sono bugiardi
Come le passeggiate
All’ombra della pioggia
Che seducono le scarpe
In pozzanghere vermiglie

È un treno merci
Di puzza e balordi
Il nostro sognare

Un vagone
Senza ritorno

E sto aspettando ancora
La mia maledetta fermata.
(2003)

Pietro Dommarco è nato a Rivello (PZ) nel 1979. Fa parte di Organizzazione Lucana Ambientalista ed è Direttore Editoriale di Lucanianet, gestisce in rete i seguenti siti web:
http://www.lucanianet.it
http://www.olambientalista.it
http://italy.indymedia.org
http://www.ambientebasilicata.ilcannocchiale.it
Il suo sito personale all'indirizzo http://www.pietrodommarco.it/

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20.6.06

Frammenti 

posted in Voci - by Canzian per gentile concessione a LucaniArt

di Alessandro Canzian

FRAMMENTI

Ma non per sempre,
non dura eternamente
il non essere, il male.
M. Luzi


Macera il cielo contro un ceppo
di cirro, sterrato, tracima
al piccolo uccello senz’ira
che se ne parte dal vigneto.
Tornerà, poiché tutto torna
alla memoria del Padre.


FRAMMENTI

Cos’altro era il cane al tuo braccio
se non scheggia di vita
-di pioggia sparuta, di luna
che presagivi a venire-, una notte,
un falso orizzonte
d’uomo o guerra che sia.
***
Della mia infanzia ho il ricordo
d’una spilla arrugginita,
e d’un ragno di ramaglie
alla deriva –eri tu
la troppo assolta-, e d’una vita
come colpa, troppo mia.
***
Una schiuma di sera sciaborda
in nebbia di fari, in tronchi
agglomerati ai tuoi sguardi,
come storia di uomini sfatti.
La vita è principalmente attesa,
da questo esilio il Dio.

***
Ma l’uomo cos’è? La querela
in fondo è sempre questa: può essere
l’uomo simile ad un carro
macerato da uno sguardo? –frattanto
la scheggia d’un gatto salta
contro il muro d’una notte-.
***
E nel gesto attonito d’esistere
una stufa accesa riscalda
appena il vuoto che ci riempie
-non che l’atto possa salvarci
nella sua breve cecità
d’una notte senza parole-.
***
Uno scorpione smorto scorre
come nulla fosse, un gatto
s’attorce alle sue ombre -forse
a quelle meno vuote-, un nudo
dal muro sperde le sue ore.
In questo silenzio, la vita
è un male già troppo necessario.


VERSI ILLUSORI

Pare impossibile che di te resti
meno del tutto, dice il poeta.
Un insetto radente sull’acqua,
qualche fascina
di peli, pochi resti insomma.
Eppure la memoria non basta,
quieto l’insetto si rinserra.
***
L’istante che di te mi sovviene
più caro, fu quando
con un cenno della mano togliesti
quel capello dal mio cielo.
“È mio”, divertita dicendo.
Presagendo che il tempo
non è che un difetto
tra le pieghe d’un bacio.
***
Spesso mi chiedo perché scrivo,
perché spero di lasciare
una così labile
ombra di me. E sorrido.
Sorrido di quell’amaro sorriso
di chi ha un grande vuoto dentro.
***
Vana infine ma delicata e gentile
la tua immagine mi torna
tra la neve e la pioggia. Ascolta
teso l’orecchio il gatto
il tonfo che più non romba.
Tornasti un giorno ed io t’amai
come s’amano le rose
d’un giorno terribile.


FRAMMENTI

Il giardino che dietro la casa
ghiacciava un poco tra i radi
filari di neve
e i cachi -distanti-, m’era
una chiara immagine del male.
Un gatto che oltrepassa le scaglie
d’una siepe, sospinto dalla fame.
***
Questa vita disserrata ha il senso
della cagnetta smagrita che a lato
della casa s’avvolge
di gelo ogni notte.
E che a un piccolo straccio s’attorce
come se fosse il suo mondo.
***
La crepa sul muro che divaga
nella stanza
ove tanto soffrimmo -perché la vita
è da sempre sofferenza- ritorce
se stessa alla mia sera.
E fa il mio cuore questa scheggia
che si spegne sulla cenere.
***
L’orologio che mi regalasti lo misi
tra le cose che non rividi
più -sebbene l’avessi
per tutto il giorno al polso-.
Tale è la vita. Nemmeno la grata
del cuore vi sfugge.
Piano anche il tutto si stinge.
***
S'incaglia una pioggia tra le scaglie
d'un insetto che risale
una cattiva primavera. Il sole
non è che il vuoto d'un ricordo
incancrenito dentro il corpo. Il mondo
un lampione sullo sfondo
d'un infinito inverno ancora.

Alessandro Canzian, nato il 05/09/1977 a Pordenone, attualmente vive e lavora a Fanna (PN). Ha pubblicato CHRISTABEL con le EDIZIONI DEL LEONE e LA SERA, LA SERRA in autoproduzione con la tipografia Mazzoli. Attualmente sta lavorando a FRAMMENTI, terzo e ultimo capitolo di un'opera che vedrà includere i due libri già editi. Nei primi mesi del prossimo anno avvierà un'attività editoriale dal nome SAMUELE EDITORE. Il suo sito internet Alessandro Canzian

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17.6.06

Zio Raffaele frittolo e la passata del fico 

posted in Voci - by Rosario per gentile concessione a LucaniArt

di Rosario Castronuovo

La salita impegnativa era corta, e dopo un poco finiva in uno spiazzo che dava su un campo in leggera pendenza, che aveva ancora i graffi dell’aratura dell’anno prima. Sul lato c’era un sentiero fiancheggiato da una fila di querce e sotto ad una di queste, che sembrava più grande delle altre, una fontana.
Alla fine della fila di alberi, c’era una casa bianca dipinta a calce con una porta piccola, verde scuro, chiusa per mantenere l’interno all’ombra e quindi al fresco. Sull’uscio un uomo seduto ad una sedia bassa che da lontano era una macchia nera con il cappello. Sul vestito si notavano le strisce bluastre che il sole rifletteva sul velluto nero. Al suo fianco, in piedi appoggiata all’ombra dello stipite della porta, una ragazzina, che ad occhio poteva avere intorno i dodici anni, vestita con abiti moderni dai colori vivaci.
Quando i tre giunsero alla fontana l’uomo seduto fece dei cenni lenti, ma significativi, affinché si fermassero per non spaventare qualcuno. Giuseppe e la compagna sospettarono che ci fosse in giro un cane pericoloso. Capitava spesso che i contadini che abitavano in campagna, perché castigati da furti e prepotenze, tenessero liberi uno o piu cani di grossa taglia che avevano incattivito, tenendoli alla catena e addestrati a mordere gli estranei quando mancava il padrone. Si sedettero al muretto vicino alla fontana e la mamma strinse ancora piu forte il bambino al petto.
Notarono che il vecchio e la ragazza stavano perfettamente immobili, mentre il vecchio teneva in una mano il capo di un filo che finiva a cappio sull’orlo di un piatto pieno di latte. A breve, ad una decina di metri da loro, nella scarpata incominciarono a muoversi dei fili d’erba come un’onda, un segno che si dirigeva verso il vecchio, fino a quando uscì pigro ed indolente allo scoperto, un grosso cervone. Era un serpente lungo più di due metri e si avvicinò alla ciotola per bere. Fu in quel preciso istante che Zio Raffaele, mentre si alzava dalla sedia, tirò di scatto il filo. Alzando le braccia sollevò il serpente che quasi non si ribellò, come se accettasse la situazione e lo appese ad un ramo del pero dietro casa.
Il vecchio allora fece segno alla famigliola di avanzare, ed una volta vicino, Vito gli chiese "siete voi Zio Raffaele quello che fa la magia per far passare l’ernia ai bambini?". "Così dicono" rispose il vecchio. Zio Raffaele stava seduto al sole, un vestito di velluto nero ed un cappello in testa. Uno di quei cappelli classici, quelli che erano abituati a portare le persone di una certa età e con cui si erano costruiti un personaggio. Sotto la visiera due fessure orizzontali. Occhi che tagliavano l’aria e l’anima di quelli che miravano. Ogni tanto da quel buio profondo spirluceva una scintilla, quasi a far vedere che dietro c’era un fuoco vivo. Giuseppe, incuriosito, e per prendere confidenza, ascoltave la sua voce e per cercare di intuire di che personaggio si trattasse, chiese cosa ne doveva fare del cervone. "Il serpente mi serve perchè, domani a mezzogiorno, quando il sole è alto e quindi fa abbastanza caldo per riuscirci meglio, devo alzargli la pelle dal dorso e prendergli un poco del grasso che ha sotto. Avrei potuto ucciderlo, ma non mi piace e non mi sembra giusto. E poi da morto, il grasso non me lo dà volentieri, perché si irrigidisce e si raffredda. Invece così quando è ben caldo, taglio la pelle sul dorso, gratto il grasso e lo lascio libero. Lui in piena forza e con l’aiuto del sole rimargina la ferita. Questa, oltretutto è una creatura magica ed ingorda di latte. Si racconta che di notte, nelle notti calde d’estate, quando le case erano piene di buchi, perché fatte di canne, tavole e terra impastata, si infilava lentamente, senza far rumore, nel letto delle donne che allattavano e rubava il latte dalle loro mammelle. Per non farsi scoprire, a causa del bambino che presto avrebbe pianto non trovando la mammella, beveva dal seno e infilava la punta della coda nella bocca del neonato. Perfino allora, se scoperto, veniva spaventato ma non ucciso, perché portatore di abbondanza.
Durante le sere d’estate, tante volte veniva sorpreso dal gualano -abile nella cura dei buoi, delle mucche, e nell’aratura- nello spiazzo all’aperto, usato come ricovero per gli animali, che beveva a garganella dalle mammelle delle mucche. Al mattino, quando il gualano andava a liberare le mucche per condurle al pascolo, stava molto attento che gli animali non lo calpestassero e che non gli fosse fatto del male. Se questo fosse successo, la ricchezza di cui era portatore, se ospitato e accudito, si sarebbe tramutata in sciagura. Ho conosciuto una famiglia che grazie alle sue frequenti visite è diventata ricca e fortunata.
Io gli prendo solo un poco di grasso, il necessario, perché domani mattina viene a trovarmi una persona che non riesce a risolvere i dolori alle spalle. I reumatismi lentamente lo stanno incurvando e i medici lo hanno congedato. Dicono che è la vecchiaia e non riescono a farci niente perché è troppo tardi. Se non gli do una mano, sarà costretto a camminare guardando a terra per il resto della sua vita. Il grasso lo sciolgo in un goccio d’olio e glielo spalmo sulla spalla.”
(un inedito di Rosario Castronuovo per LucaniArt tratto da "Zio Raffalele frittolo e la passata del fico)

Rosario Castronuovo è nato il 13 maggio 1950, a Teana (Potenza) dove ha vissuto fino al 1991. Rifare il percorso dei genitori, rimanere soli con i figli lontano faceva paura. Così decise di partire approdando in un’isola felice: l’Emilia Romagna, dove si sente a casa sua. Vive a Fiorano Modenese, incontra poeti e frequenta circoli, recita poesie. Sta imparando a dipingere. Ha pubblicato le raccolte “Il figlio di Giovanni” nel 2001 e nel 2005 “Almeno torni il vento” che rappresentano un omaggio alla sua terra. Molte poesie sono pubblicate su antologie e riviste letterarie, ottenendo recensioni significative.

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9.6.06

A volte tornano 

posted in Voci - by Bustrófedon per gentile concessione a LucaniArt
di Bustrófedon
A volte tornano, di preferenza all’imbrunire o di notte, che è più facile confondersi, ombra nelle ombre. Se fosse d’intonaco o pietra, di coppi o davanzali, se fosse con gli scuri chiusi e il camino acceso, abbraccerebbe, allora, il profilo contro il cielo di stelle e ne riconoscerebbe la boa nel girovagare di nubi scure e veloci. S’attarderebbe a camminare ai confini, tra ghiaia e erba, fughe notturne, baci e la ramazza a raccogliere le briciole di una pagnotta spezzata in fretta, presterebbe orecchio alle voci del mattino o della sera, alle risa, ai pianti, al silenzio della calura al meriggio e s’assetterebbe su una pietra, un marciapiede, una scalea a far rosario dei ricordi. Se fosse di vigna o filare, di tinaia o corte, userebbe le mani come aratro a ritrovar ciò che fu perso a dissetar la terra invece che gli uomini, seguirebbe il rigagnolo giù fino allo svolto della strada, là dove le vecchie doghe riposano in attesa del fuoco, e giocherebbe coi tralci a far trecce come quelle fatte e disfatte a lei, nell’arsura dei pomeriggi di vendemmia, tra l’andirivieni di bigonce e schiene curve. Se fosse di pelle e sudore, di un corpo esile e perduto, se fosse di gambe aperte e cuore chiuso, traccerebbe sulla polvere il segno del suo seno e tratterrebbe il respiro per averne ancora uno, suo, e calda saliva tra i denti. S’inginocchierebbe, allora, sull’asfalto nero come ai piedi di un letto sfatto, scosterebbe le coltri dei giorni e appoggerebbe le labbra sulla brina dei mattini persi e sulle risacche di notti senza luna e sonno, berrebbe di lei e di sé, senza appagar altra sete che non sia di preghiere blasfeme e di corpi estranei.Se fosse di passi e chilometri, di strade percorse e piazze per fermarsi, se fosse di uno scafo di legno e salmastro o di copertoni e pedali, se fosse di un ritorno o solo del ripassare per luoghi che son di terra e d’anima, s’accorgerebbe di non aver altre radici che quelle delle piante da vivaio, corte come gli amori d’estate.

Bustrofedon cura un blog in rete all'indirizzo http://quarantuno.splinder.com/

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30.5.06

Sguardi 

posted in Voci - by Sbloggata per gentile concessione a LucaniArt

di Sbloggata

Sono profondi gli occhi di una donna del sud.
Sono stretti al sapore di un tempo passato, racchiuso tra le trame di un vecchio ricamo.

Sono intensi gli occhi di una donna del sud.
Sono intagliati nel ricordo di una lotta antica combattuta fra i profumi del grano o sotto le stelle sfilacciate dalle luci dei falò.

Sono violenti gli occhi di una donna del sud.
Sono ribelli nei loro segreti gustosi, sono nascosti sotto il palato di una sillaba mai scandita.

Sono silenziosi gli occhi di una donna del sud.
Sono sospirati nelle urla vestite di carbone e profumate di taciuta lievità.

Li conosco bene quegli occhi inariditi dal sole e affaticati dall’aria umida di una serata un po’ stanca. Quegli occhi rugosi che hanno visto cambiare il mondo in una rivoluzione di sensi che ha dimenticato i suoi perché.

Li conosco perché li ho ascoltati nei loro racconti appesantiti dentro lunghe pause che non prendevano fiato ma dilatavano il tempo per caricarlo di sé.

Vi sono occhi che il cielo non può cancellare. Scalfiti sulla roccia o sul sentiero levigato di un antico paese che ha taciuto la sua storia e la sua età.
Vi sono occhi che andrebbero ascoltati, raccontati, illuminati.
... perché è da loro che provengono i nostri sguardi.


Blò è semplicemente Lucana e il suo diario in rete si trova all'indirizzo Sbloggata.it

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17.5.06

Sorprese del pane nero 

posted in Voci - by Marina Pizzi per gentile concessione a LucaniArt

di Marina Pizzi

Profezie del prato / profezie del fuoco fatuo / fatuo (2005)

1.
Rose le spine
con tuoni di vocaboli in cantina
rose le spine.
La scala del male interno
faccia da citofono fuori uso.
2.
Sorprese del pane nero
a squarciagola la cicala
sull’intonaco morente.
Il pane sull’onestà dei binari
converta il pedinamento dell’abbandono
non alla balìa ma in balia
a promontorio a gomito d’intesa
mito risolto l’abbraccio rivolto.
3.
Nel corso delle azioni del cipresso
(il parapiglia delle sospensioni…)
sovrapposti cielo e terra
i parametri di nessun sacro
sono da indossare:
eremitaggio ennesimo il senza volto
quando di guardia il calice notturno
(raucedine di sale)
neppure lindissimo l’infante
spauracchio della preghiera
arenata in un manipolo di chiodi.

4.
Con le maree in apice e declino
il calendario impassibile dà sempre adito
ai servi della gleba al poco tempo
dei pasti senza amore senza scaltrezze
di perdere la strada.
Attori di conserve l’avveduto stato
dei corridoi impiegatizi dove la doglia
gara alla gara non ha di olimpo il podio.

5.
La barriera del protocollo ha scempiato
la logica del nome con la sostanza
dentro.
Alle grazie di scoiattolo l’acredine
del bosco in tizzone, il dire nero,
la parsimonia del legno quando
tanto ci mise per tendersi creduto
cresciuto in ombra.
La ciurma delle rondini avvizzite
nel similoro di un teatro
ha madri le stoppie.
6.
Ha il traghetto del sonno in un anfratto
nemmeno più felice,
tra pesi di aculei e germogli
la mongolfiera della festa
atterra alla meno peggio
con il fracasso della tempia torturata
dell’ultimo poeta.

7.
Gioia di apolide andartene
dal senso della terra
a fiaccole di fianchi
le spoglie delle doglie
di non tornartene.
Se ne vada la ronda e finalmente
non temi le grondaie dell’acustica
quando di notte di notte fonda
urlano i moribondi le scienze
del buio... l’io del borro.

8.
Sono stata in un tarlo di faccenda
il sangue senza fine sempre in eclisse
il lumino da comodino sotto choc
conventicole di furti le ore viete
il coma del leggio senza le sillabe.
9.
Profezie del prato,
profezie del fuoco fatuo:
fatuo.

10.
Lo sguardo cieco

Esco dal viso esco soltanto
sono le dita che non tardano mai
la contrazione. [Mai cessato il guardiano.]
Unico volo gli orecchini di ciliegia
quando la bellezza si mangiava
da angoli capitali il mondo.

Lato del gelo il più fraterno incontro.

Toc, toc, non ti aprirò, né con rugiade
né con le prime attrici delle lune
piene di spicchi in spicco!

11.
A torto aspettai che l’erba grave
vietasse di sé le unghie
con le stole di Penelope
a mo’ di salvata stazza financo
il pozzo.
Poté l’arciere non confondersi del sole
quando la venere del sogno
lo cimentò totale in tale cenere.

12.
Stagione la più tetra averti dentro
al minuscolo erbario delle stoppie
che spensero il fuoco.
Il padrone delle merci in avaria
unga le palme delle ombre
miracolo di refrigerio il fondo
loculo di stato.
13.
E’ nata la fionda per la respirazione
artificiale nei petti degli uccisi,
la dacia di Marina soffrì la fame
nelle travi dei ragni senza fortune.
Immediatamente nella fossa la scaturigine
la lira in darsena e merletto
in tetto di oceano e socchiuso
il no che non ti avvide ti sopì.
14.
Salva marea la meta delle ruggini
quando immortali le madri delle gioie!
15.
Mi va di convergere al baccano
le rondini che spirano chiuse
contro altane di vetro.
Tra meraviglie di cloni invecchiano
le mani di tutti.
Le corsie di veli sui cadaveri
vivi arresti di rantoli.
In meno d’un’acredine ho visto tutto
tutta la dispensa della croce
tutta l’ilarità della giostra
di natale la luminaria frigida.

16.
Ho un soldato che mi fa da fianco
ma disarmato molto meno di recluta.
E’ intimorito fossile d’infanzia
zazzera tagliata ad offesa.

17.
Vissi il sanatorio con le terrazze
limpide di una luce oscurante
senza stranezze di giovinezze
nei vili controlli dell’altromondo,
(liberticidi oratori cortili di murati
fatti di bambini).
Mattia si chiamava la rendita del mio Amico
c’incontravamo nelle resine dell’abete
per sismi di scoperte pene di plettro
quando appena si sconfinava il mondo.
Subìto e brusco l’ordine del dado
non confidò fortuna.
18.
La luce dell’ottobre sulla porta
dell’appartamento breve del breve
e breve con molte mandate l’antico
chiavistello la provvidenza senza
decoro il coro delle polveri
di essere stati tristi di verissimi
comandi di bulbo il buontempone
nascere. E scenda la dacia del
poeta in corda lungo le mosse
di ballerini di gioia, le dì gioiose
stanze.

19.
Con le vettovaglie dell’elemosina
l’officina della poesia.
Così grandiosa e prospera
l’eredità di niente
per la campana inerte.
E muore lento il pane crisantemo
e muoia sùbito il treno novellino
che in tanto sciame, in orario,
si ripresenta così se nulla fosse
la parsimonia avarissima dell’angelo.
20.
Questi grandi occhi fanno paura al lago
non al tram che sopporti in piedi
reduce al sangue che non ti colora
nell’ora ammanettata della sera
inganno e privilegio stadio del tatto
senza angeli il colonnato di san pietro.
Recluta al sangue che ormai ti abbandona
non dormirai la notte né la gita di pietra.

Marina Pizzi è nata a Roma, dove vive, il 5-5-55. Ha pubblicato i libri di poesia:Il giornale dell'esule (Crocetti 1986) Gli angioli patrioti (Crocetti 1988) Acquerugiole (Crocetti 1990) Darsene il respiro (Fondazione Corrente 1993) La devozione di stare (Anterem 1994) Le arsure (LietoColle 2004). Raccolte inedite in carta, complete ed incomplete, rintracciabili sul Web: La passione della fine, Intimità delle lontananze, Dissesti per il tramonto, Una camera di conforto, Sconforti di consorte, Brindisi e cipressi, Sorprese del pane nero, L’acciuga della sera i fuochi della tara, La giostra della lingua il suolo d’algebra.
Il poemetto L'alba del penitenziario. Il penitenziario dell'alba; le plaquette L'impresario reo (Tam Tam 1985) e Un cartone per la notte (edizione fuori commercio a cura di Fabrizio Mugnaini, 1998); Le giostre del delta (foglio fuori commercio a cura di Elio Grasso nella collezione “Sagittario” 2004).
Suoi versi sono presenti in riviste, antologie e in alcuni siti web di poesia e letteratura. Ha vinto due premi di poesia.Si sono interessati al suo lavoro, tra gli altri, Pier Vincenzo Mengaldo, Luca Canali, Giuliano Gramigna.
Ha in corso di scrittura La giostra della lingua il suolo d’algebra. Nel 2004 e nel 2005 la rivista di poesia on line “Vico Acitillo 124 – Poetry Wave” l’ha nominata poeta dell’anno.
Marina Pizzi fa parte del comitato di redazione della rivista
"
Poesia".

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9.5.06

Torno 

posted in Voci - by g per gentile concessione a LucaniArt

di Gianfranco De Simone

Perché se ti vedessi altrimenti che filtrata da venature ambrate di zuccherosità caraibiche, o altrove che nelle dure e scorbutiche terre – aride, nonostante le trame di fili ematici che le irrorano – causa del mio esser rizoma, o in ore diverse distanti e dimentiche di questi momenti in cui la mente troppo scava e poco ascolta, non percepirei lancinanti tremiti di dita da sedare in impressioni linguistiche.
Perché se non mi apparissi Città prima che Carne avrei modo di distogliere il pensiero o annegarlo nelle violenze del ricordo.
Ma sei strade di passi, d’incontri meticci, di conti e racconti, di straniata familiarità, di petali secchi a difesa di aromi, di abbozzi di sorrisi in curvature di sguardi più che in lucentezze di iridi. Contraddizioni climatiche di agosti balcanici e turchi. Le umide infusioni slovene e serbe, i tremori di Mostar, la brezza seducente e amica di Sarajevo, i caldi schiaffi di Istanbul. L’antinomia in note di ancestrali narrazioni ebraiche, ritmiche percussività bulgare, visionarietà zingare, circolarità dervisce. E ancora le rigorose arditezze del muezzin e i singhiozzi rebetici.
Inciampi geografici che smarriscono significati per raggiungere senso. Quello che più non si scorge tra le oblique scatole del borgo-gabbia dell’adolescenza, nella tosse mentale di mio padre, nelle ragioni e nei torti degli amici d’infanzia, nella combustione di foglie e resine nascosta all’occhio della Stanca Inquisizione di paese.
Sei irruzione nel ritorno desolato. Perché torno ancora. Come si torna ad un letto vuoto di parole. Per tributo e riconoscenza. Per bere dosi crescenti di senso del perduto sperando d’immunizzarsi contro lo sgomento paralizzante del senso di perdita. Torno, senza pretesa alcuna. Per assistere al compimento dei cicli. Per investirmi di realtà minuta che tradisce remote consuetudinarietà.
Ma se nel ritorno si incontra inaspettatamente Città, inesplorata, insolita, allora il disagio s’incrina. Perché a tornare è anche il fremito dei millepiani scompaginati.
Gianfranco De Simone è nato a Lagonegro in Basilicata e vive a Milano.
Collabora e scrive sulle seguenti riviste telematite Il Marsicano.net - Locanda riformista - In nome della cosa è - Sacripante
Il blog di g. Appunti Rizomatici

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4.5.06

Un sogno: domani limoni 

posted in Voci - by Tesi per gentile concessione a LucaniArt

di Luciano De Simone

Guardo un muro scrostato. E’ bianchissimo e imbrattato dalla mia ombra scura. Netta, precisa. Un bambino abbronzato ride con denti bianchissimi quasi come il piazzale, polveroso e riarso, che ne ospita le gesta. Gesta da bambino, terrorizza una lucertola. Le corre dietro, lei scappa. Rotea su se stessa poi decide. Affronta il muro e vi si arrampica snella e prensile fino alla testa della mia ombra. Sembra fluorescente. Il bambino fa scivolare le mani sul muro nel tentativo d’acciuffarla, ma prende coscienza quasi subito dell’inadeguatezza della propria condizione di uomo. Un velo fugace di tristezza e disillusione, visibile solo da occhi veloci ed attenti, attraversa il suo sguardo. Ma è solo un attimo. Adesso corre di nuovo ridendo un po’ sguaiato e urla qualcosa che non si capisce. Lingua madre. Una donna è piccola, lontano. Devi attraversare l’afa con un taglio d’occhi strizzati per vederla a fuoco. Intorno case bollenti con occhi neri quadrati come finestre senza vetri, la osservano. La donna porta un cesto sulla testa. E’ vestita di nero come sua madre e la madre di sua madre. Viene avanti flessuosa, incurante dei secoli di lutto affondati nel nero della sua veste. Il suo corpo è prepoternte e sudato. Si muove nel bianco assolato, fotosintesi quasi retorica di tutti i sud del mondo, con la fluidità dei pesci nel mare e la determinazione di chi deve. Come se la cesta e l’arsura non le pesassero. Il bambino le ronza intorno. Insieme avanzano.
Vicino al muro c’è una sedia di legno impagliata. Mi tolgo la giacca e la stendo sullo schienale della sedia. Faccio lo stesso con la camicia ormai zuppa. Poi mi siedo e chino la testa fino a toccarmi con la fronte le ginocchia. Sono stanco. Respiro a bocca aperta e il sudore che mi cola dalle sopracciglia crea una pozza tra le due punte delle mie scarpe. Nel piccolo lago di sudore si specchia un volto. La donna mi scherma il sole, posa la cesta sulle mie ginocchia e con un gesto sensuale e secco butta indietro testa e capelli. In bocca un sorriso di sollievo ad occhi chiusi. Il bambino affonda una mano nella cesta e ne estrae un fico. Lo porge alla donna e le fa: me lo sbucci? La donna mi prende la testa tra le mani e la stringe sul suo addome. Sono contenta che sei tornato, sussurra con la sua voce calma e roca. Il bambino le fa: sono qui, mi sbucci ‘sto fico? Quando mai sono mai partito. Non vedi? Sono ancora un bambino.
Allora mi prende per mano e mentre ci allontaniamo fa: basta fichi, è troppo caldo. Domani limoni.
Luciano De Simone (1956). Studi di architettura non completati per dedicarsi alla fotografia che pratica per oltre vent’anni. Nato a Milano, calabrese di origine, romano d’adozione, vive e lavora a Torino. Da quindici anni è regista documentarista e video performer. Si occupa di comunicazione urbanistica e territoriale. In particolare lavora sulle trasformazioni fisiche e sociali delle città e dei sistemi territoriali, tema intorno al quale progetta e produce mostre, eventi, incontri, spettacoli. Si occupa di sistemi, tecniche, tecnologie e linguaggi nella società moderna, oltre che di cinema, fotografia, comunicazione di massa e nuove tecnologie applicate ai sistemi visivi. Studia i linguaggi giovanili e tiene corsi di rappresentazione del progetto presso la facoltà di Architettura dell’Università di Torino e corsi di comunicazione pubblica e territoriale per le amministrazioni pubbliche. Attualmente è impegnato nella scrittura di una sceneggiatura cinematografica.
Il blog di Tesi In so()ggettiva

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1.5.06

Compar Vittorio 

posted in Voci - by Biru per gentile concessione a LucaniArt

di Biagio Russo


Una bambina scarmigliata, sudata per l’afa e per la corsa, irruppe nella bottega di Vittorio il tabaccaio, sotto le colonne fasciste di Piazza della Croce. L'ometto pingue e calvo, seduto a rovescio, stava sonnecchiando placido sugli avambracci incrociati sullo schienale.
Il caldo pesava sul respiro e sui movimenti gastrici di una digestione lenta ma rumorosa. Persino le mosche, nell’inerzia pomeridiana d’agosto, tacevano tra gli scaffali polverosi e inerti, zeppi di contenitori dalle mille fogge.
La voce della creatura franò senz'argini nella sacra ara della controra: «Cumpà Vittò ha dìtt mamma se mi putît ra ciént lîr r’ spirît».
Alla luce rovente che aveva invaso il negozietto, e contro cui si stagliava la sagoma spigolosa della bimba, Vittorio il tabaccaio oppose un pigro grugnito, mentre la mano tozza e bianchiccia riparò gli occhi feriti dall’irruzione del sole. Si sollevò. Lentamente. Molto lentamente.
La leva sui gomiti gli evitò che le ginocchia informicolite lo ricacciassero sui vimini logori della sedia e si diresse verso un antro che ne inghiottì la rotonda figura.
Solo lo strascicare delle pantofole giungeva alle orecchie della bambina, che nel frattempo cercava di detergere il sudore con il dorso delle manine. Senza però accorgersi delle striature nere che involontariamente si disegnava sull'ovale lentigginoso.
Dopo un po', il trambusto nel ripostiglio cessò. E il lamento delle pantofole anticipò l'epifania di compar Vittorio.
Con una mano reggeva un damigianotto impagliato a metà, da cui si intravedeva lo sciabordare dell’alcool. Il moto ondulatorio accompagnava il lento ritmo tribale dei suoi piccoli passi. Con la sinistra reggeva invece un piccolo imbuto macchiato dal tempo.
La bambina si affrettò a tirar fuori dalla tasca del grembiulino una minuscola bottiglietta di gazzosa, che liberò del sughero. Lo schiocco rimbalzò sotto le travi tarlate. E attese.
«Cummaré sintît si è chist ca vôl mamma vosta».
L’odore familiare le punse le narici, e una smorfia le accostò le labbra al naso, mentre la testolina freneticamente assentiva.
Compar Vittorio richiuse il damigianotto e, lemme lemme, ritornò verso il nulla. La bambina, esterrefatta, con la bottiglietta a mezz’aria, osservava intanto i movimenti del tabaccaio, che ritornato si era appollaiato sulla sedia. Incrociò di nuovo le braccia sullo schienale e richiuse gli occhi, con l’espressione di un beato in paradiso. Silenzio.
La bambina farfugliò qualcosa per attirare l'attenzione e quando capì dai sopraccigli inarcati dell’ometto di essere osservata, sollevò la bottiglietta vuota agitandola più volte, a mo' di campanellino.
«Cumpà Vittò ma...», fu tutto ciò che riuscì a dire.
«Cummarè – rispose dolcemente il bottegaio –, cummarè, ricît a mamma vosta ca cu ciént lîr v’ pozz fa sent sûl addôr».
Mentre la bambina infilava la porta d’uscita, balenando col sole sul collo, compar Vittorio richiuse gli occhi.
Il sospiro che seguì sollevò dal bancone uno sbuffo di polvere, che iniziò a rutilare intorno a un clandestino raggio di sole.
Biagio Russo (Spinoso 1962) è laureato in lettere moderne e insegna. Per anni ha lavorato come redattore editoriale presso le Edizioni Osanna di Venosa. È giornalista pubblicista e ha collaborato con molte testate, quotidiane e periodiche. E' autore e curatore dell'unico sito web dedicato a Leonardo Sinisgalli. E' tra gli organizzatori di ArtEstateSpinoso. Ha pubblicato "Nonna raccontami una storia" (Lavello, 2002), "Il pezzo della salute - Poesia antropologiche" (Ed. Ermes, Potenza 2005).

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