27.11.07

Anna Ardù 

posted in Voci -by Raffa per gentile concessione a LucaniArt
di Flora Delli Quadri
Anno scolastico 1949-50, prima elementare.
Compagna di scuola per brevissimo tempo, forse tre mesi, da marzo a maggio.
Orfana, ospite di una zia.
Si chiamava Anna Ardù, cognome dal suono diverso dai soliti cognomi del paese, e per questo memorabile.
La zia non rideva mai quando giocavamo a casa sua, esprimeva solo stizza, come se accudire questa nipote e assecondare i suoi bisogni di bambina costituisse un enorme peso.
In quei tre mesi Anna indossò sempre lo stesso vestito, un gonnellino arricciato con l’elastico infilato in vita e due magliette striminzite che alternava.
Ho un film che mi gira nella memoria, sempre la stessa scena, immutabile nel suo replay. Giochiamo nella piazza vicino casa mia, a fare l’acchiapparella. Anna corre e all’improvviso le si rompe l’elastico, non quello della gonna però, ma quello delle mutande, anch’esse fatte a mano con stoffa di recupero, e anch’esse con l’elastico infilato in giro in giro nell’orlo superiore. Io guardo con un misto di sorpresa, di divertimento e di paura lei che, accovacciata e imbarazzata, si guarda attorno non sapendo cosa fare. Le altre amiche sghignazzano.
Il gioco finisce e il film si interrompe.
Da quel giorno Anna non giocò più con noi e dopo poco non venne più neppure a scuola.
Un giorno chiesi a mia madre:
- Mamma, ma Anna dov’è andata?
- E’ partita
- È partita ?!! Allora non verrà più a scuola!
- No!
- Come sono morti i suoi genitori?
- Non lo so, è un’ebrea
- Che vuol dire che è ebrea?
- Mmmmhh!!!
Non me lo spiegò mia madre cosa volesse dire quel monosillabo, né perché Anna era orfana, né perché quell’essere ebrea non si potesse spiegare. L’ho capito molto tempo dopo, quando la memoria collettiva ha fatto diventare storia l’attualità terribile di quegli anni.
Quando si proietta nella mia mente, il che accade piuttosto spesso, vorrei entrare in quel film e correre lì per aiutarla, chiederle scusa e abbracciarla, dirle di non preoccuparsi perché non l’ha vista nessuno e che se vuole possiamo andare da mia madre che può ricucire l’elastico. Ma è solo un film, di pochi fotogrammi che si interrompe sempre li, sul suo corpo accovacciato per terra, sul suo sguardo spaurito e sul suo viso rosso per la vergogna di fronte alle risate delle amiche. Il film poi ricomincia daccapo, senza soluzione di continuità e io non posso modificarne le scene.
Non so niente di Anna, né perché in quella breve stagione è venuta ad abitare al mio paese, né chi erano i suoi parenti. Non so dove sta, né se è ancora viva.
Mi è rimasta nel cuore profondamente, vorrei poterla riabbracciare e, insieme a lei, tornare indietro nel tempo per girare un altro film, con un finale diverso.

Flora Delli Quadri nasce nel 1944 ad Agnone (Isernia). La formazione politica del genitore, socialista, antifascista e perseguitato, conduce Flora alla militanza politica in un gruppo denominato Gruppo 38, che negli anni '70 fu l'artefice del rinnovamento politico e culturale molisano. La naturale evoluzione della sua militanza la porta ad essere membro attivo del PCI, in ambito locale e regionale. Si trasferisce nel 1975 in provincia di Cosenza, dove attualmente vive e insegna (matematica).

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24.2.07

Angiolina 

posted in Voci -by Raffa per gentile concessione a LucaniArt
di Flora Delli Quadri
Era una quasi mamma per me. Abitava a 20 metri, di fronte casa mia. Alta, imponente, con i capelli legati dietro la nuca a formare il “tuppo” (chignon), pettinino e forcine di finta tartaruga, accoglieva tutti con un gran calore.
Il portone di casa era sempre aperto. A destra entrando, c’era un minuscolo bagno con il solo water; a sinistra la scala alla cui sommità si trovava la cucina, anche quella sempre aperta.
“Angiolì”, chiamavo ad alta voce entrando dal portone.
“Uèh”, rispondeva lei con la sua voce naturalmente allegra e gioviale.
“Ha ditt mamma, damm ru ‘ndrattìat”-
“N’ l’ tìang, ma assettat na ‘nze”
(“Angiolina, ha detto mamma, dammi l’intrattieni, che voleva dire intrattienimi”- “Non ce l’ho, ma siediti un po’).
E così io aspettavo che mi desse “ru ‘ndrattìat” convinta che fosse un dolce. E intanto lei chiacchierava, chiacchierava, qualche volta mi raccontava le favole, e il tempo passava. Mia madre era soddisfatta de “ru ‘ndrattiat”, ma io non avevo ricevuto il dolce che m’aspettavo. Angiolina era comunque una compagnia piacevolissima, sempre gioviale e allegra, nonostante una vita di ristrettezze economiche.
Il marito, zoccolo duro del Partito Comunista, era un operaio edile di cui lei era innamoratissima. Profondamente religiosa, ne aveva abbracciato la causa, mescolando la fede politica con la fede in Dio così intimamente, da averle rese indistinguibili. Aveva fede in senso lato e da questa traeva la sua forza e la sua serenità. Credeva fermamente nel riscatto delle classi sottomesse, ad opera di Baffone o di Cristo non faceva differenza. Andava in chiesa e si comunicava regolarmente.
Un bel giorno, eravamo negli anni ’50…
Ma andiamo con ordine.
C’era, vicino casa, la vecchia stazione ferroviaria dismessa subito dopo la guerra, regno dei nostri giochi. Un giorno, che stranamente ricordo con eccezionale vivezza pur essendo all’epoca molto piccola, arrivò un monaco, un Padre Cappuccino da Serra Capriola. Chiese informazioni su dove fosse la stazione ferroviaria. Gliela indicammo, lui la visitò, poi andò dal sindaco.
In breve tempo la stazione non fu più nostra, i frati se ne impossessarono e vi insediarono il convento. Il paese, già molto clericale, con tredici parrocchie e tredici parroci, poteva adesso godere anche del Convento dei Frati Cappuccini, il che volle dire in breve tempo oratorio, biliardino, recitine, canti, Terzo Ordine ecc.. ecc…
Il guaio fu che tutti i fedeli, di colpo, abbandonarono le loro vecchie parrocchie per riversarsi nel circolo fondato dai frati. “Rumore di scope nuove” diceva il parroco Don Giuseppe, il più trasgressivo dei parroci. Ma si sbagliava: il fenomeno dell’esodo dalle parrocchie verso la nuova realtà fu inesorabile. L’esodo raggiunse il culmine con l’arrivo di un monaco, esorcista, “comandato da Dio” per combattere il diavolo. Ogni sera, dall’altare, intratteneva i fedeli con il racconto delle sue esperienze da esorcista, creando un pathos indescrivibile. Le sue prediche, a puntate, erano come uno sceneggiato televisivo di oggi: “Andiamo, andiamo, oggi c’è la seconda, la terza, la quarta….. puntata.”
Tutti, Angiolina compresa, erano felicissimi del rinnovato fervore religioso, tranne i parroci abbandonati a se stessi.
Una domenica, la piccola chiesa gremita di gente, Angiolina come sempre andò a confessarsi. Il monaco esorcista conosceva Angiolina e probabilmente aveva già tentato di dissuaderla dal votare per il Partito Comunista, ricevendone sdegnoso diniego. Quel giorno, da dietro la grata del confessionale, lui reiterò la richiesta, lei rispose “NO, MAI!” e il monaco le negò l’assoluzione.
Angiolina, arciconvinta che ricevere l’ostia fosse un suo diritto, si recò lo stesso all’altare. Il monaco la vide e le passò davanti col vassoietto, negandole l’Eucarestia.
Fu scandalo generale, si crearono i fan e gli anti Angiolina, tanto da diventare quasi un'eroina!
Il Parroco Don Giuseppe gongolava, sperando invano che i fedeli tornassero a lui.
Angiolina per quella domenica non si comunicò, ma la domenica successiva andò a farsi la comunione in un’altra chiesa, da un altro parroco, più tollerante e forse più vicino a Dio del nostro bravo monaco esorcista/integralista.
Oggi Angiolina non c’è più, è morta quattro anni fa. Ha continuato a volermi bene e a darmi “ru ‘ndrattìat” ogni volta che andavo a trovarla. Stavolta però era un vero “’ndrattiat” come lo sognavo da piccola: una bella fetta di ciambellone preparato da lei. Ce n’era sempre uno in casa, qualsiasi fosse l’ora o il giorno della settimana in cui la visita avveniva. Lo tagliava con religiosa cura, avvolgeva la fetta con un tovagliolino, poggiava sul tavolo un bel bicchiere di vino, rigorosamente bianco, e mi offriva il tutto pronunciando un semplice “alla salute”.
Questo augurio, pronunciato con la sua voce allegra e gioviale, somigliava sempre più a una preghiera di ringraziamento al Signore, man mano che andava avanti con l’età! E quel bicchiere di vino bianco era quasi un simbolo religioso. Per me invece era probabilmente, o più semplicemente, un brindisi alla faccia di chi tentava o tenta di mortificare uno spirito libero.
Flora Delli Quadri nasce nel 1944 ad Agnone (Isernia). La formazione politica del genitore, socialista, antifascista e perseguitato, conduce Flora alla militanza politica in un gruppo denominato Gruppo 38, che negli anni '70 fu l'artefice del rinnovamento politico e culturale molisano. La naturale evoluzione della sua militanza la porta ad essere membro attivo del PCI, in ambito locale e regionale. Si trasferisce nel 1975 in provincia di Cosenza, dove attualmente vive e insegna (matematica).

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