14.9.07

Schiappino 

posted in Voci by Rosario - per gentile concessione a LucaniArt

di Rosario Castronuovo

La scuola era un rifugio sicuro, perché quando arrivavo il mattino trovavo una maestra buona e comprensiva che, a differenza di mia madre, non mi picchiava mai. In quelle aule imparavo tutto tanto facilmente che i libri alla fine dell’anno rimanevano nuovi come quando mio padre li aveva comperati.
Uscivo da scuola e ritornavo a casa, ma mentre mangiavo tenevo un piede sotto il tavolo e l’altro girato verso la porta di casa. Pranzavo velocemente e scappavo in strada a vivere con i personaggi che trovavo in quel teatro naturale. Ritornavo a sera inoltrata, mi toccava l’usuale razione di botte quando, troppo preso dai giochi, non mi rendevo conto che si era fatto tardi.
Chiappino era il soprannome che qualche buontempone aveva affibbiato a Domenico il falegname. Capitava che, per scherzo, qualcuno chiamasse una sola volta con un soprannome una persona del paese e se il nomignolo raccoglieva un suo pregio o difetto evidente, gli rimaneva appiccicato addosso per tutta la vita.
Chiappino, ho realizzato dopo anni, perché capace di trovare soluzioni a tutti i problemi. Riusciva ad inventare incastri incredibili, come il battito rotondo dei balconi che conferiva a questi una chiusura perfetta. Chiappino immaginavo una chiave elegante, piccola e pregiata di uningranaggio impossibile da aprire.
Schiappino mi chiamavano. Non c’erano ostacoli capaci di fermarmi. Visitavo spesso il falegname quando uscivo dalla scuola, portavo un poco d’allegria nella sua vita ormai faticosa a causa di un’asma che non gli permettevadi respirare bene e gli aveva regalato una tosse intermittente e la necessità di respirare con la punta della lingua fuori dalla bocca. Mi spiegava come calcolava il taglio dei pezzi per costruire mobili, porte massicce, balconi e finestre perfette. Odiava piallare manici di zappe e accette perché, diceva, era lavoro senza testa. Amava il legno di castagno, anche se aveva il difetto di tingere. Per questo lo usava soprattutto per i mobili, anche se, diceva, lo aveva usato spesso anche per le “bocche d’opera”.* Bastava non fargli prendere acqua oppure pittarlo con la nuova vernice che ultimamente vendevano alla bottega invece di dargli l’olio di lino crudo. “E’ serio il castagno. Non si spacca o cambia colore. Si conserva per secoli così com'è nella bottega la prima volta. Anche se tinge. Il legno d'abete è fesso, si ammacca ad ogni minimo contatto, il noce costa troppo e non tutti se lo possono permettere, il ciliegio è raro e chiaro ed ha un colore buono solo per i mobili (ed andava avanti ad elencare per ore) per chi ha poco da spendere l’unico è il castagno”. Ogni tanto rigirava il zizimelo** messo a cuocere davanti all’uscio sul fornello a gas in un barattolo di latta, che aveva conosciuto tempi migliori quando, orgoglioso, portava dentro sarde, un cibo pregiato perché diverso in quei paesi lontani dal mare. Il zizimelo lo andava a raccogliere in autunno dalle ferite sui tronchi degli alberi di prugne e melastri.
Temeva i miei scherzi, ma rideva anche dopo che li aveva subiti. Si affannava a creare incastri per infilare i vetri alle finestre finche non gli dissi di metterci delle strisce per tenerli magari incollati con quella nuova colla bianca.
Rideva compiaciuto quando gli smontavo le sue certezze. Poi passavo dagli anziani che davanti alle porte intrecciavano vimini e costruivano cestini, snocciolavano legumi o intrecciavano farfalle bianche all’uncinetto. Per me era sempre pronta una ficarella secca o una mela lemoncina. Dal fabbro sognavo fuochi d’artificio alle scintille che sprigionava il martello che batteva il ferro sull’incudine mentre giravo il mantice.
Schiappino mi chiamavano e mi piaceva, all’imbrunire, quando i contadini ritornavano dalla campagna, legavano l’asino alle ringhiere e si apprestavano a scaricarlo, solleticare l’animale sotto la pancia vicino alla gamba posteriore. Il povero, indifeso scalciava furioso tra le urla del padrone che si disperava per le fascine e gli ortaggi che volavano in aria. Sapevo come difendermi dai calci mettendomi tra la testa legata e le zampe posteriori in modo da non essere colpito. La volta successiva l’asino scalciava e ragliava solo nel vedermi arrivare.
Mi piaceva giocare con i miei coetanei. A volte nelle classi la maggior parte dei bambini erano figli d’artigiani, nella mia c’erano solo figli di contadini cui servivano due braccia, anche se piccole, per la sopravvivenza. Per questo motivo spesso ero costretto a chiedere di poter giocare con ragazzi più grandi di me e non essere accettato. Li costringevo compiendo un semplice quanto naturale gesto, fingevo di raccogliere una pietra per terra. Ce n’erano tante in giro perché la strada era solo ghiaiata. Puntualmente avveniva il miracolo, diventavano tutti gentili e disponibili. Il figlio del capufficio delle poste rosicava chiodi amari ed a malincuore mi portava a vedere rin tin tin nel pomeriggio a casa sua. Sapeva che se non l’avesse fatto innanzi tutto gli avrei benedetto la porta di casa con una lunga pisciata e il giorno dopo correva il rischio di beccarsi una pietra in testa. Era l’unica televisione del paese.
Mi temevano per colpa di un merlo che un pomeriggio, mentre giocavamo al pallone in un campo che doveva essere di calcio, solo che avevano dimenticato di tagliare la grande quercia al centro, ed in discesa, si fermò sul tronco tagliato di un albero che era adagiato nell’erba, e si guardava intorno come se cercasse qualcosa. Avevo imparato presto a tirare le pietre. Ne sceglievo una piatta e rotonda, la pulivo bene con il palmo delle mani, poi la mettevo di taglio tra il pollice e l’indice, ci sputavo sopra e ci alitavo quasi a volerle dare un’anima, allungavo il braccio e chiudendo l’occhio sinistro prendevo la mira con il destro, allungavo la gamba sinistra in avanti e roteando il braccio e il polso come una catapulta, colpivo con una precisione impressionante. Presi una pietra piatta e rotonda e lo colpii in testa. Il poverino si accasciò senza un lamento e da quel momento i compagni raccontarono l’accaduto come qualcosa d’eccezionale mitizzando le mie capacità.
A primavera andavo in giro per le campagne mentre gli uomini si affannavano ad arare i campi per la futura semina.
Spuntavo all’improvviso sui dirupi dove riuscivano ad arrampicarsi solo le capre in cerca dei germogli più teneri e profumati, allo sguardo delle donne che preparavano gli orti nella valle. Cercavo nidi e i poveri uccelli non avevano scampo perché avevo imparato come li mimetizzavano e le piante su cui ogni tipo d’uccello lo costruiva.
In estate andavo per le aie a guardare la trebbiatura, e di notte, visto che non si andava a scuola e mi era permesso stare fino a tardi, spiavo le coppie che facevano l’amore tra le grègne.
Chiamavamo “zio” tutti le persone che erano almeno di una decina d’anni più grandi di noi.
Zia Rosina era vecchia e viveva da sola in un basso. Una stanza al pianterreno. Quei locali erano generalmente stalle, perché umidi. Le buone famiglie vi facevano abitare, senza ricevere l’affitto, le persone sole e povere. Su un lato della porta si ricavava un camino, di fronte la cristalliera e la ramera, al centro un tavolo piccolo e rettangolare(la buffette), in fondo il letto con il comodino e il comò.
Zia Rosina, spesso in pieno giorno, si metteva sul letto nella posizione del morto, guardava il soffitto di tavola e partiva.
Un giorno la mezza porte di sopra non si era chiusa. Gli detti un colpo e s’aprì. Sulla punta dei piedi riuscivo a superare solo con gli occhi la mezza porta di sotto. La vidi sul letto a pancia in su ferma, con gli occhi aperti, sembrava non respirasse. Restai in quella posizione il tempo non ricordo. Lentamente incominciò a muoversi quasi percepisse una presenza, si voltò verso di me, si alzò e venne ad aprirmi. Faceva di tutto per sfuggire al mio sguardo che la imbarazzava, come ipnotizzato la guardavo dritto negli occhi. Mi affermò che era andata per le grotte dove vivono
i morti che sono buoni perché non hanno potere sulla terra ma che le dicevano cose che nessuno conosce. Che il viaggio era molto faticoso, e queste cose lei le faceva a fin di bene. Quanto più parlava tanto più si agitava perché non le toglievo lo sguardo dal volto. La gente del paese era convinta che quando visitava il neonato di una famiglia povera, credendo che facesse fatica a crescerlo, s’impietosiva e ne provocava la morte; lo stesso destino era riservato al malato che suscitava la sua pietà.
Prese dalla cristalliera una pastarella e me la diede, la mangiai con avidità, poi quasi per tranquillizzarmi mi disse: “Con te non pone. C’è un 13 e un 50” mi aprì la porta e me n’andai. Nei giorni successivi quando passavo davanti alla sua casa non dimenticavo mai di chiamarla per salutarla. Miracolo di una pastarella.
I mesi più angoscianti per la mia famiglia erano marzo ed aprile. Il Serrapotamo è un fiume che fa ridere durante l’estate, porta tanta poca acqua che a volte lascia a secco gli orti, d’inverno fa il suo dovere senza esagerare. E’ a primavera che diventa rissoso e non sai come prenderlo quando, all’acqua dei temporali, si unisce quella delle sorgenti e delle nevi che si sciolgono.
Mio padre doveva attraversarlo per recarsi a Vallina a fare il suo lavoro di fabbro. Al paese ce n’era già uno più anziano, per rispetto mai gli avrebbe fatto concorrenza, avrebbe aspettato per occupare il suo posto quando lui smetteva.
A primavera, quando si faceva buio e mio padre non arrivava la mamma incominciava ad avere paura che nell’attraversare il torrente gli fosse successo qualcosa e mi mandava a vedere se ricevevo qualche segnale che la tranquillizzasse.
La nostra casa era in periferia, costruita su una timpa che era la parte finale e l’unica visibile di un blocco di roccia su cui è appollaiato il paese.
Mi sedevo sulla punta della timpa, lo sguardo andava verso i campi, i sentieri che cingevano le colline come un lungo serpente che si snodava dal torrente, la valle e saliva fino al paese incrociandosi e separandosi continuamente riportavano a casa coloro che erano andati a lavorare nei campi, la strada rotabile ancora ghiaiata, più larga tagliava le colline come fossero pani appena sfornati, di lato, a volte si nascondeva nei boschi che riempivano la terra ed il cielo; percorso un tratto dritto girava sulle curve e si vedevano comparire ad intermittenza le luci dei fari che tagliavano l’aria colpendo gli alberi, ogni tanto qualche vigna e le ginestre ormai fiorite.
Guardando verso valle, di fronte si notavano puntini luminosi ora raggruppati, ora isolati, erano le case di Vallina, Senise e sulle colline quelle lontane di Valsinni e Rotondella. A destra le luci delle case in prossimità della vetta Grattaculo del monte Pollino fino a Noepoli e i suoi fianchi. Si notava appena la striscia a serpente; il sentiero percorso da chi tornava a casa dalla campagna si riempiva di un parlottìo fitto con voci di tonalità diverse spesso riconoscibili di persone che per alleviare la salita parlavano di capre tarde a sgravare, viti che andavano a male, grano che cresceva poco… risate ed ogni tanto urla…non troverai mai un contadino sazio e felice del suo campo.
Quella che mi faceva arrabbiare era la luna. Ammantava la campagna con un velo d’argento in modo che il paesaggio s’immaginasse facendo intravedere forme e sfumature.
Dopo un po’ incominciavo a gridare chiamando “papà” e l’eco mi rimandava la voce come se non volesse farla passare.
Da lontano, sopra Calvera su uno spuntone ai confini della foresta Magrizzi, forse scambiando il mio urlo per una sfida o per affermare la sua presenza agli altri branchi sul territorio, rispondeva l’ululato di un lupo che incuteva un timore profondo e una paura istintiva e primordiale. Appena possibile mio padre rispondeva, dissipava tutti i brutti pensieri ed io, senza perdere tempo mi precipitavo a casa per comunicare la notizia a mia madre ed invitarla a calare nella caldaia con l’acqua bollente, i rascatielli****.
Quando le belle giornate lo permettevano andavo a giocare nelle grotte sotto la timpa. Ce n’erano molte ed erano il regno di pipistrelli, lucertole e serpenti. Qualche volta ci si nascondevano le coppie innamorate. Mi ero costruito un arco con un grosso salice ed alcuni ferri di un ombrello rotto. Lo nascondevo ogni sera nella stalla dopo le battaglie contro i soldati. Gli indiani e i draghi che ho ucciso io in quel periodo non li ha mai uccisi nessuno. Avevo anche costruito una spada con una stecca di legno appuntita e all’altra estremità un pezzo di legno più corto inchiodato a croce.
Le battaglie si susseguivano furiose e, spesso ero aiutato dai briganti e dai monacielli che si nascondevano nelle grotte e che uscivano solo la notte per divertirsi solleticando sotto la pianta dei piedi le belle donne; per me eccezionalnemte si facevano vedere anche di giorno, visto che ero l’unico che non cercava di prenderli.
Si affermava che chi fosse riuscito a prenderne uno, questi avrebbe dovuto, per farsi liberare, per forza rivelargli il nascondiglio del loro tesoro.
I draghi poi erano eccezionali perché capaci di correre e volare. Quando volavano bucavano il cielo.
Un giorno mia madre riuscì a trovare l’arco, lo fece provare ad un ragazzo più grande perché ne verificasse la pericolosità e, visto che si piantava con efficacia e precisione nella porta di legno della stalla per due centimetri, me lo sequestrò subito.
I campi tra la primavera e l’estate si vestivano di colori molto belli. Passavano dal verde chiaro del grano con delle variazioni di giallo dovuto al maggiociondolo fiorito ed alle ginestre su cui spiccava il fucsia dei cardi e il rosso sangue dei papaveri, al verde scuro e spesso cupo nella profondità del bosco. Poi predominava il giallo oro del grano, delle stoppie e dell’erba che ingialliva sotto il sole forte e preparava l’autunno.
In autunno mio padre si faceva prestare un asino da un amico ed incominciavamo a fare il giro delle famiglie cui aveva costruito attrezzi per la cura dei campi o ferrato l’asino o il mulo. (Sperava nel colpo di fortuna di fare qualche ringhiera ad un “don”, appellativo che identificava un prete o un uomo ricco per ricevere in cambio dei soldi).
Era il momento di ricevere la paga. Preferiva avere in cambio grano con cui avremmo trascorso un inverno tranquillo.
Quando la trebbiatura portava per qualche contadino un raccolto scarso o si rimandava all’anno dopo oppure si accettavano legumi o qualche pollo. Mentre ritornavamo a casa sentivamo gìà le urla con cui mia madre sapevamo che ci avrebbe accolto perché scontenta di quello che avevamo raccolto.
Una sera, sul tardi, mia madre cercava di chiudere una calza di lana grezza per mio padre seduta davanti al camino dietro di me che mi riscaldavo seduto alla scannella.*** Le feci notare una grossa falena immobile su un mattone a fianco del fuoco. “E’ il nonno che sente freddo. E’ ritornato per riscaldarsi un poco”. Il mattino dopo la grossa farfalla non c’era più. Il nonno negli ultimi anni, si sedeva al sole sull’uscio; appena i suoi raggi incominciavano a dare calore lui se ne dissetava e mi guardava giocare. Parlava poco ma ci capivamo al volo, guardandomi rideva compiaciuto con gli occhi e ringraziava il signore par il tempo che gli aveva donato. Il nonno era morto da qualche giorno.
Non passò molto tempo e una sera di primavera mi ritrovai seduto alla scannella, di fronte a me c’era una sedia che usavo come tavolino; non andavo più sulla timpa a chiamare mio padre, avevo appena incominciato ad imparare a scrivere. Scrivevo una lettera di cui ricordo solo qualche parola “papà ti voglio bene”.

*bocche d’opera chiamavano tutte quelle strutture di legno (finestre, balconi ecc.) che completavano la chiusura della casa verso l’esterno.
** Colla
** *piccolo scanno fatto apposta per i bambini in modo da potersi sedere davanti ai grandi riscaldarsi al camino.
*** *Pasta fatta in casa

Racconto inedito - Il 6 novembre c.m. sarà oggetto di discussuine da parte degli scrittori del Circolo "Mario Arena" presso il Thè letterario di Genova.

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