5.11.07

Lucania 

posted in Voci by Vincenzo - per gentile concessione a LucaniArt

di Vincenzo Capodiferro

Ti ho visto.

Tra le selve inodori
Del solitario alpeggio
Tra il misto
Color dei fiori
D’un lago su un ormeggio.

Non sei tu.

Alpi fragrante e forte
Tu vincitore della morte.

Non sei più.

Tu d’una coltre di selve
Nascosto, di stuoli di belve
Animato. Laggiù.

Terra lucente.
Terra virente.
Terra ingrata.
Terra dimenticata.

Dimentichi invano i tuoi figli,
Dimentichi dei tuoi scompigli,
Lucania.

Ti ho visto.

Tra le balze rupestri,
Tra i prati agresti,
Tra i rivi alpestri.

Non sei tu.

Raparo fiammante,
Deserto di pace,
Di armenti l’amante,
Calanco di Antrace,
Il vello transumante
Il tratturo ferace.

Terra di luce.
Terra di ombra.
Terra di duce.
Boschi e penombra.

Ti ho visto.

Tra le onde spumose,
Le piagge confuse.

Non sei tu.

Tu, Siri, amoroso.
Tu, Achero, furioso.
Torrente di guerra.
Torrente di Serra
Tra le acque lustrali,
Sorgenti astrali
Dei monti addossati, alti,
I manti cretosi,
I fulgidi rialti
Dei sassi pietrosi.

Qui Elea.
L’Essere crea.
Lì Metaponto.
Le Monadi e il Mondo.
Qua il Sambuco
Di Annibale il buco.
Là … il vuoto.
Silenzio e terremoto.

Ti ho visto.

Tra mete oscure
Di cuori e paure,
Ansie e speranze,
Gioie e rimembranze.

Terra lucana
Terra romana
Terra gotica, terra bizantina
Terra saracena, normanna, angioina
Terra spagnola, terra francese
Terra di briganti, terra piemontese

Ti ho visto.

Nei volti
Di perduti emigranti,
nei paesi sconvolti,
senza figli, desolanti.

Madre sterile.
Madre lontana.
Madre nubile.
Madre insana.

Ti ho visto…!


(testo inedito)

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7.10.07

Albero 

posted in Voci by Nunzio -per gentile concessione a LucaniArt

di Nunzio Festa

Gli alberi accatastati
addossati
si chiamano legna

da aspettare

riconoscere

per sentirsi alleggerire
dai brividi
dei lividi che vanno e vanno
e sanno tutto
di me

di sciocchezze purezze
sulla forma

su pietra
di lei che ci sente

prendo l’albero
rinato
sotto un viso
sopra visi

foglie come sorrisi
da sventolare


aspettare
che la bellezza di tutti
sia bellezza un po’ mia


(testo inedito)

Nunzio Festa (scrittore, giornalista) nasce a Matera nel 1981 ed inizia a leggere e scrivere poesie all'età di diciassette anni, mentre frequentava l'Istituto Tecnico Commerciale.
La sua pubblicazione è frutto della conoscenza, se pur autodidatta ed un po' rude di numerosi poeti italiani e stranieri delle tendenze più diverse: Rimbaud, Pasolini, Penna, Vendola, e tanti altri.
Nel mese di febbraio 2004 ha pubblicato con Montedit
"E una e una" - Collana I gigli (poesia) 14x20,5 - pp. 36 - Euro 5,50 - ISBN 88-8356-644-0.

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30.8.07

Gli insulti dell'indifferenza 

posted in Voci by Mariano - per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

A pancia all’aria
al ritmo di poesia
obesi ed alteri
allegri e dimentichi
mentre si consuma
come tenue candela
a San Mauro Forte
il Poeta fra i poeti
depresso ed isolato
ra i suoi libri di Celan
e Amalia Rosselli


(inedito di Mariano Lizzadro)

Mariano Lizzadro è nato nel 1972 a Potenza dove risiede. Si è laureato in Psicologia con una tesi su Dino Campana. Ha pubblicato Frammenti di viaggio Ed. Appia 2 (1999), Parole contro Ed. Scriptavolant (2003), Parlano parole Ed. Besa (2007). Collabora con articoli di letteratura e critica cinematografica al Progetto LucaniArt.

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25.5.07

Estratti da “Poesie su tosse muraria” 

posted in Voci by Alfonso - per gentile concessione a LucaniArt

di Alfonso Guida

... stagione estrema che sorbisce il caldo
le impennate, il condottiero teatrale
giù per strade innamorate e messe
sotto frescura a far nidi d’artista
visivo fin dove l’audacia resta
possibile e certo il balzare rapido
sui viali che i passanti aprono a foglie
scarlatto e io malato per quella porpora
senza sorriso indicavo il ristoro
romano, l’asta vittoriosa, il ponte
dei bagliori, con la luce che in testa
fa sorgiva pianura, un laccio informe
che tira le mani fino a staccarle
nell’opra dedicata e un guizzo d’oro
sul piatto virtuoso che raffigura
l’’accoppiamento canino d’estate
la malva sciabolata,il vano muto
del sentore e dei flussi inargentati
la folta ghirlanda del riso e il verde
calmo dei prati quando la ragazza
si svitò dai passanti e vide aurore
boreali allinearsi al confine, lei, arte
del dio di ogni totale appezzamento
di brughiera denso in scie e spessore e alte
conficcate manovre rurali ora
che la ressa dei fidi scioglie il corso
dei più esigenti spettatori e questa
voce corrente a scorsoio nel nodo
del malditesta scisso in diagonale
nel destreggiarsi proficuo delle armi
dei lavori che il comandante omette
nell’ardore e nel soffio che stratifica
le nevralgie boscose dei segni e oltre
la sua vellutata macchinazione
l’ordine inferiore dei grandi artropodi
che tu classifichi perchè la mente
ne ha bisogno, un nutrimento animale
nel neurovegetativo frammento
che si tramuta in visione e emicrania
possanza dell’avvicinarsi al gelo
sfiora la virtù celeste del rosso
come si colora nel viso e dona
l’occulta negazione di ogni folle
girasole, a te piaceva anche il succo
ma la morte ti velava l’inizio
del discorso, inciampavi nel bicchiere
di vino,, separavi da ogni lettera
qualunque legamento e non volevi
si chiamasse più alfabeto o linguaggio.

(Ospedale psichiatrico, Policoro, Alfonso Guida)


Alfonso Guida è nato a San Mauro Forte il 22-09-1973. Ha esordito con il libro di versi “Il sogno, la follia, l’altra morte” (Laboratorio Delle Arti , Milano, 1997) Premio speciale opera prima Dario Bellezza,1998.
Nel 2002 ha vinto per gli inediti il Premio internazionale E. Montale con la plaquette “Le spoglie divise “(15 stanze per Rocco Scotellaro). Nel 2004 è Premio Laboratorio delle Arti per la sezione “Antologia d’autore”.
E’ consulente per tesi di laurea sull’opera e la figura di Dario Bellezza, Amelia Rosselli e Paul Celan.

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10.1.07

Gli anarchici 

posted in Voci -by Carlo per gentile concessione a LucaniArt

di Carlo Calza

Alessio G. punito per la sua acclarata militanza anarchica , a quaranta anni, aveva dovuto lasciare l’Emilia per la Basilicata.
Fu mandato ad insegnare in una scuola di montagna, in una zona tra le più impervie e pressoché irraggiungibile durante i mesi invernali.
Il primo ottobre raggiunse la sede: un villaggetto posto su un altopiano di argille franoso, da un lato a strapiombo su un ampio e profondo vallone, riarso dai soli estivi, ingiallito dalle stoppie aduste, con rari mandorli e qualche ulivo saraceno che ostentava alla luna le sue drupe verdi, lucide, ancora acerbe.
Le case distanti l’una dall’altra, collegate da sentieri che le piogge trasformavano in abbondanti rigagnoli.
Per raggiungere il paese occorrevano più di due ore. Il sentiero, in parte nel bosco, per lunghi tratti si snodava per balze rocciose e c’era l’Acqua nera da guadare: un torrente all’apparenza innocuo, in magra lento e a tratti melmoso, ma brutta bestia se diventava cattivo con le sue piene improvvise. Si diceva in giro che pure le serpi assetate, se ne rimanevano a distanza.
Una volta aveva travolto un contadino, l’asino su cui era a cavallo e la capra legata al basto. Li trovarono senza vita, impigliati a valle tra i rovi della stretta.
La scuola: una stalla per buoi, sgombrata e ripulita alla meglio, semibuia anche a mezzogiorno, fornita di sedie spagliate e tavolini sbilenchi.
Al piano superiore l’alloggio del maestro: uno stanzone, collegato all’aula da una scala a pioli. Una branda, un tavolo con due sedie, un bacile sul suo sostegno di ferro arrugginito ne costituivano l’arredamento.
Il fumo di decenni ne aveva annerito le pareti fino al punto da rendere inutile ogni tentativo di biancheggiarle. Al centro un’enorme camino fuligginoso ai lati del quale due finestre sgangherate con i vetri appannati da una patina grigia di decenni tentavano di far filtrare un po’ di luce.
Nella strada, a un paio di metri dalla porta di ingresso, sotto una tettoia di tegole una sorgente di acqua potabile.
In due mesi, il maestro si era visto in paese due o tre volte. Era venuto giù di domenica per comprare il necessario, evitando ogni incontro.
E ritornò anche il giorno dell’Immacolata.
Dopo aver fatto le solite compere: viveri, sapone, fiammiferi, sigarette, si fermò dal barbiere per mettere in ordine capelli e barba.
Se ne stette per tutto il tempo in perfetto silenzio, sicuro che in paese nessuno sapesse della sua vicenda.
Invece, appena uscito dal salone, gli si accostò un signore alto, magro, elegante nel cappotto nero doppio petto, con la barba folta e curatissima, occhiali pinces-nez, catenina di argento a reggere l’orologio che gonfiava il taschino sinistro del gilè e cravatta a fiocco di seta nera.
“ Che freddo stamattina, signor maestro, che ne dite di prendere una tazza di cioccolata calda al caffè qui di fronte ? Mi fate l’onore di accettare ? ”
Alessio dapprima restò interdetto, quindi gli porse la mano:
“ Sono Arnaldo Terranova…il sarto del paese, ho il mio laboratorio là, in fondo alla piazza “ e indicò con l’indice della sinistra un portoncino verde, quindi si avviò con passo spedito verso il caffè, riparandosi le guance con i baveri del cappotto,
“ Mi chiamo Alessio .” rispose il maestro, mentre lo seguiva , calcandosi il cappello che il vento tentava di portargli via.
Entrarono, occuparono un tavolo nel fondo, Arnaldo ordinò la cioccolata quindi, sottovoce, passando subito dal voi al tu:
“ La penso come te. Di te so tutto, d’altra parte, in paese, tutti sanno chi sei e perché dall’ Emilia sei venuto a finire in questo purgatorio, per non dire inferno. Ma non preoccuparti, non sei solo.”
Alessio non seppe cosa rispondere, riuscì a dire solo “ Grazie ! “ tra un sospiro e un altro.
Si alzarono dopo poco, Arnaldo pagò e sulla porta del caffè, battendogli la mano sulla spalla, riprese: ” Se avrai bisogno, vieni a trovarmi, compagno!.”
Alessio ringraziò di nuovo e, dopo una lunga stretta di mano, prese la via del ritorno.
Arnaldo lo seguì con lo sguardo fino a quando sparì dietro l’angolo della chiesa.
La vigilia di Natale, a metà mattina, mentre si preparava ad uscire, Arnaldo sentì bussare piano alla porta, un colpetto quasi impercettibile. Aprì, era Alessio.
“ Ciao, entra ” e se lo tirò dentro richiudendo subito la porta.
“ Ciao Arnaldo ”.
Il vento gelido di quel giorno non consigliava di tenere aperta la porta neppure per un istante.
Entrarono nel laboratorio, Alessio si gettò su una poltrona stanco e infreddolito e girò gli occhi intorno: un ordine impeccabile regnava dovunque.
Un Crocifisso di legno scuro che pendeva dalla parete di fronte alla porta tra le due finestre attirò la sua attenzione. Si fermò a guardarlo per qualche secondo.
“ Te ne meravigli ? Sono anarchico come te, perché come te non credo nel disinteresse di chi governa, nelle leggi della moderna economia, nell’onestà dei più, specie dei potenti, ma credo in Lui, perciò ti do il buon Natale, buon Natale Alessio ”.
“ Anche a te: buon Natale , Arnaldo.” E si abbracciarono.
Ora lo sguardo di Alessio si era girato verso una tendina di cotone fiorata che nascondeva dal soffitto al pavimento l’angolo destro in fondo alla stanza. Al centro vi era cucito un foglio di carta da disegno, sul quale, in rosso sgargiante, era scritto in caratteri stampatello: QUI - RINALE. “ E’ l’angolo riservato a me ”. Spiegò Arnaldo ridendo, e rise finalmente anche Alessio e di cuore.
Tutto il magone che si portava dentro da tre mesi come d’ incanto stava scomparendo.
Rimasero insieme tutto il giorno, chiusi in casa, parlarono, parlarono tanto e la sera cenarono, brindarono alla vittoria anarchica, al fulgido avvenire dell’umanità che poteva solo tardare, ma non mancare.
Non era prudente riprendere al buio la via del ritorno e Alessio rimase anche la notte a casa di Arnaldo. Si coricarono, ma non dormirono. Parlarono, parlarono ancora e le prime luci che filtrarono dalle fessure delle imposte li sorpresero ancora in conversazione.
Dopo il caffè, si salutarono e Alessio ritornò ritemprato al suo stanzone freddo e affumicato.
A gennaio nevicò molte volte e ad Alessio non fu possibile tornare in paese.
Ai principi di febbraio, come capita sovente nei paesi, cominciò a circolare, segreto di tutti, una voce che doveva confermarsi veritiera.
Una sera, dalla corriera scese un signore anziano, bene imbacuccato, ma visibilmente infreddolito, con ombrello e borsa di cuoio che chiese subito di una buona locanda.
Qualcuno lo accompagnò alla sola esistente, dove prese alloggio.
“ Solo per questa notte” – specificò all’albergatore - e che il letto sia comodo e la stanza riscaldata. Tra un’ora cenerò, qualsiasi cosa andrà bene, purché sia bollente. E per domani mattina presto, avrei bisogno di una cavalcatura. Una mula quieta, condotta da qualcuno che sia pratico dei luoghi. Mi raccomando. ”
“ Certo! Qui in paese di mulattieri pratici della zona ce ne sono quanti se ne vogliono, non vi preoccupate me ne occuperò io “ assicurò l’albergatore.
“ Per il compenso, pagherò quanto mi sarà chiesto ” riprese il forestiero, mostrando tutto il suo ispido rigore.
Si ritirò quindi nella camera indicatagli dalla cameriera e, dopo un’ora, puntualmente riapparve nell’ingresso, visibilmente rinfrancato.
L’albergatore gli andò incontro, lo accompagnò in sala da pranzo al tavolo già apparecchiato e lo assicurò che l’indomani mattina un mulattiere sarebbe stato a sua disposizione con una mula, la più fidata. Gli servì la cena e si ritirò in cucina richiudendo la porta.
Il forestiero restò solo e iniziò a cenare con lo sguardo fisso nel piatto, come lo trovò alla frutta Arnaldo, avvolto sempre nel suo cappotto nero.
“ Buonasera, ho qualcosa di importante da dirvi, di molto importante – gli disse avvicinandosi al tavolo - Permettete ? ”
Il forestiero alzò gli occhi restando fermo con la forchetta tra le dita.
“ Sono Arnaldo il sarto, l’unico amico del maestro emiliano qui in paese ” .
E tirò la sedia che stava di fronte al forestiero. La girò con la spalliera verso il tavolo, la inforcò a cavalcioni, si sedette e, guardandolo fisso negli occhi, anche se nella sala da pranzo non c’era anima viva oltre loro, con un fil di voce continuò :
“ Voi siete un ispettore scolastico, so perché siete venuto, siete venuto per recarvi domani mattina nella scuola di Alessio per procedere ad una ispezione e redigere comunque un verbale negativo, ma tanto negativo, da poter giustificare il suo licenziamento ”.
Il forestiero cominciò a guardarlo con apprensione.
“ Vi consiglio di non andarci – continuò ancora il sarto - Alessio sa che qualcuno vuole fregarlo definitivamente ed è male intenzionato. Non so, ma forse avete moglie… figli… La scuola si trova in una zona isolata, lontana da Dio e dagli uomini, la poca gente che vi abita domani mattina sarà al lavoro “.
Arnaldo diventava sempre più rosso in volto. E dandogli ora del lei in segno di sfida :
“ Accetti il mio consiglio, non ci vada ! ”
Poi, ficcandogli negli occhi il più terribile degli sguardi, si alzò e mentre rimetteva a posto la sedia, senza permettergli di dire una sola parola, gli disse ancora :
“ Non ci vada ! Non ci vada ! ”
Si riabbottonò il cappotto e andò via in silenzio come era venuto, soddisfatto della più grossa bugia della sua vita.
Trascorse la notte.
Al mattino il mulattiere era pronto all’appuntamento. II tempo minacciava pioggia, ma sprazzi di sereno pure apparivano e sparivano tra la nuvolaglia.
Il forestiero uscì dalla camera, andò incontro all’albergatore che già sfaccendava da tempo e pagando il conto gli disse:
“ Vista la cattiva giornata, ho deciso, di soprassedere al sopraluogo che avrei dovuto fare, ritornerò un’altra volta. E a voi - rivolgendosi al mulattiere – quanto devo per il disturbo ? “
“ Ma figuratevi, niente, niente, arrivederci ”. Il mulattiere andò via e il forestiero, tornato al tavolo dove la sera precedente aveva cenato, sorbendo lentamente un cappuccino, attese la corriera.

*

Carlo Calza vive a Chiaromonte (PZ). Si occupa di ricerca storica, di poesia e narrativa.

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31.12.06

L'officina del padre 

posted in voci - by Mariano per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

I fiori e l’odore di betulle
sulla strada di Betlemme
nell’officina del padre
si forgiano stampelle
di legno avvitate da chiodi
un bambino sussurrando chiede
dell’acqua ricevendo un colpo
sul naso e sangue per terra
presagio di un triste destino
annunziato da un angelo
tanta sofferenza e dolore
cominciati dalla filiazione
nell’officina del padre
di una giovane madre
con un vecchio falegname
povertà sacrifici stenti e fame
e subito in fuga verso l’Egitto
per salvarsi dall’infausto editto


(testo inedito)

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28.12.06

La mia religione 

posted in Voci - by Gina per gentile concessione a LucaniArt

di Gina Labriola

Era di odori e di suoni
la mia religione.

Ero forse io il bambino nudo
tra le braccia di Maria?

Mia madre era bella e bianca.
Vestita di chiffon azzurro
cercava in cielo messaggi di comete.

Tra le mani affusolate di mio padre
fioriva come un giglio
la penna stilografica.

e il pastore c’era davvero:
si chiamava Vincenzo
portava zoccoli di legno
suonava la zampogna
la pelle,
era quella della capra
che mi aveva dato il latte
munto davanti alla mia porta.

La paglia
era quella delle mie campagne,
il muschio era cresciuto
sulle querce di Vertunno.

In chiesa,
c’era odore d’incenso
di sudore e di formaggio.

La neve era vera
si ammucchiava sui tetti,
e mia nonna col vincotto
mi faceva il sorbetto.

Maria dalla faccia tonda
faceva soppressate di maiale
le asciugava al fumo,
ghirlande in prosa, sul camino,
mentre mia madre aspettava i Magi
neri su cavalli bianchi.

Natale di odori.
La frittura di anguille,
il capitone ed il mistero.

Natale di mia nonna
delle sue preghiere.
Mi addormentavo
al ritmo delle litanie.

Ha portato via, mia nonna,
nelle cocche del grembiule
che odorava di origano e di menta,
col significato delle sue preghiere,
tutta la mia religione.

Non cresce più il muschio
sulle querce di Vertunno
per il mio presepe
la paglia è di carta,
il bambino è di creta.

I cavalieri bianchi e neri di mia madre
si sono inabissati nella notte.
La cometa dei miei anni
ha ghirigori d’oro
ghirigori neri,
ma non splende in cielo
come quella sera.


(testo inedito)

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17.12.06

Gli zampognari 

posted in Voci -by Teresa per gentile concessione a LucaniArt

di Teresa Armenti
La magica e melodiosa atmosfera del Natale
Era il suono delle ciaramelle ad annunciare il Natale l’8 dicembre, giorno di preparazione del presepio. Era un suono dolce, melodioso. Veniva da lontano e, man mano che si avvicinava, diffondeva nell’aria un’atmosfera di magica attesa. Eccoli là, per strada: con il loro incedere lento, solenne, quasi sacerdotale, il cappello a larghe falde ben calcato sulla testa, il mantello nero, a ruota. Erano in due: uno suonava la zampogna, che teneva stretta stretta al petto, e l’altro l’accompagnava con il piffero, avanzando a passi più leggeri. Invitati, entravano e si fermavano davanti al presepio. I cappelli neri scomparivano ed apparivano i bianchi capelli. Le gote incavate si gonfiavano, le palpebre allungate si ritraevano, le rughe si avvicinavano, i baffi si drizzavano, il naso diventava ancora più rosso. Tutto il loro fiato andava a finire nel bianco otre che sprigionava un suono…di favola. Osservavamo, in religioso silenzio, i movimenti agili delle grosse dita, i pantaloni di fustagno, gli scarponi impregnati di sevo, che accennavano a passi di danza. Gli zampognari portavano con sé l’odore della montagna, che sapeva di resina e d’incenso. Essi ci avvolgevano nel loro ampio mantello, nel loro suono misterioso che andava diritto al cuore e non ci lasciava. Ci trasportavano in un mondo magico, dove regnava solo l’amore. Scomparivano d’incanto i bisticci, le amarezze, la solitudine. Prendeva posto la Speranza. Gli zampognari, dopo aver finito, si asciugavano con mossa repentina le labbra, che si aprivano a un sorriso natalizio, accettavano l’offerta, si rimettevano i cappelli e scomparivano, lasciandosi dietro l’eco delle loro note. Venivano dalla montagna. Erano pastori che, a dicembre, si trasformavano in suonatori, scendevano a piedi lungo i tratturi, attraversavano vie e vicoli, entravano nelle case, annunciavano a tutti il grande Evento con un semplice suono. Anche a Castelsaraceno, paese di pastori, c’erano gli zampognari. Erano in tanti. Acquistavano i “suoni”, come venivano chiamate le cornamuse, a Viggiano e li usavano non solo a Natale ma in ogni altra ricorrenza religiosa o civile, andando, nel mese di dicembre, anche nella zona ionica. L’ultimo zampognaro di Castelsaraceno, Prospero Iacovino, vecchietto arzillo, che si dedicava con maestria anche ad intagliare il legno, ha allietato i nostri Natali di dolce melodia. Ora le sue zampogne sono appese in un vecchio magazzino e soffrono di malinconia.

Teresa Armenti vive a Castelsaraceno (PZ). Studiosa di storia lucale ha pubblicato libri di poesia, narrativa e saggi. Collabora con i suoi interventi al progetto LucaniArt.

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8.12.06

Ho riti fermati alle tue parole 

posted in Voci -by Gigia per gentile concessione a LucaniArt

di Maria Luigia Iannotti

Ho riti fermati alle tue parole
un paio di scarpe che valgono tempo
capelli senza forma e moda
Astrazioni in accumuli di corpo
La fragola nel vaso
ha il sapore del verbo amare
ma non ha colpa
Il mio cercarti è cuore di volatile
sperduto
che batte e ribatte contro i vetri
corso dall'incontro
spezzato dall'urto
caduto nel fondo
della pupilla di un gatto


(testo inedito, 2003)

Maria Luigia Iannotti (Trecchina 1978) ha pubblicato Radici di vento (Ed. Il Coscile 2003) ed è uno dei collaboratori del progetto LucaniArt.

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22.11.06

Una metafora di gruppo 

posted in voci - by Mariano per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

Era un ciclista. Dilettante e gregario portava le borracce per il proprio capitano. Quindi come dicevano i cronisti era un atleta importante per il gioco di squadra. Siamo ad una tappa molto importante, che le testate giornalistiche non esitano a definire come una delle tappe più importanti di tutto il giro. L’inizio è fatto di spintoni di grinta e di agonismo, non che nel resto di una tappa non ci siano momenti come questi, ma all’inizio di una tappa c’è sempre la bagarre. Allora ecco tutta la squadra reagire e lottare per conservare le prime posizioni. I primi posti sono fondamentali per una tappa come questa di oggi fatta di salite impervie e discese ripide. Con tutta la squadra andiamo in avanscoperta insieme ad un drappello di avversari. Per fare la lepre o l’apripista ci vuole comunque del talento, nel ciclismo come nella vita pochi riescono ad improvvisare, bisogna allenarsi durante tutto l’anno. Il gruppo si era allenato bene di modo che ognuno conosceva a memoria le capacità e i limiti degli altri. L’importante è rimanere insieme specialmente in una tappa come quella di oggi. Inizia la prima asperità sembra non finire mai. Questa montagna vista da sotto sembra altissima, poi pian piano arrampicandoci ci è sembrata meno dura. Attenzione inizia la discesa: lavoro per tutti. In una discesa si può cadere più facilmente che in salita quindi bisogna scortarsi vicendevolmente, bisogna prendere i rifornimenti, i fogli di giornale per proteggersi dal freddo e coloro che sono capaci debbono disegnare le traiettorie, facendo prendere bene le curve agli altri. In una discesa a volte si rischia anche di morire. Per fortuna siamo arrivati giù tutti sani e salvi. Inizia la pianura. Quando la strada è pianeggiante i passisti ossia quelli del gruppo che riescono ad andare con un’andatura regolare debbono portarsi in testa al gruppo e tirare. Quindi avanti quelli fra noi che hanno più birra in corpo, si mettano in testa al gruppo a tirare. Fra un po’ dovrebbe arrivare una montagna altissima l’ultima asperità della giornata. L’arrivo in cima di oggi potrebbe rivoluzionare la classifica generale. Nel frattempo vado a chiedere consigli tecnici e tattici all’ammiraglia dove ci sono i responsabili. Sono in cinque: c’è il team manager, il secondo, l’allenatore in prima, quello in seconda e l’autista. Mi passano un foglietto da dare ai miei compagni. Eseguito. Ci intendiamo con un occhiolino col team manager, dopo tanti anni di corse, difficoltà e incidenti ci basta una semplice occhiata per intenderci. Già penso all’ultima salita di oggi. Se ci riesco vorrei dare proprio su quella montagna il mio meglio per oggi. Attenzione. Scatti e contro-scatti in una salita finale imparare ad osservare gli altri è fondamentale. Osservare col cuore e con la mente lucida sia le difficoltà che anche capire la propria forza e dosarla. Ma soprattutto osservare gli altri: aiutare i propri compagni in difficoltà e badare agli avversari che non tentino un allungo. Siamo al finale il mio capitano decide di andarsene da solo fino alla vittoria, i compagni che non ce la fanno più vanno su col proprio passo, io con loro proseguo col mio passo. Non importa arrivare fra i primi. Importante e è aver dato anche oggi il massimo. All’arrivo siamo tutti stremati. Qualcuno viene intervistato, qualcun altro verrà intervistato nei prossimi giorni. Il nostro capitano ha conquistato la classifica a punti, noi siamo felici per lui, con lui … e siamo primi in classifica generale!

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2.11.06

Orizzonti verticali 

posted in Voci- by Mapi per gentile concessione a LucaniArt
di Maria Pina Ciancio
Cercò l'interruttore della luce. Erano le quattro e un quarto e non aveva chiuso occhio tutta la notte. Un pausa interiore. Poi con un gesto rituale e istintivo prese foglio e penna dal ripiano del tavolo. Cinque, dieci minuti e le parole non vennero, o meglio, le parole avrebbero voluto venire così com'erano, semplici e scomposte. Fredde e scorticate. Maledette e logore. Avrebbero voluto accompagnare il vento nella sua folle e ignota corsa verso un esilio indisturbato. Sollevare foglie, carte, strappare fiocchi e cappelli dalle teste. Condannare, assolvere o salvare. Essere vita, morte, odio, amore, nascita, vittoria e abbandono senza riparo. Alle quattro e un quarto di notte, stanotte M* sapeva e non poteva. Ed era così chiaro quel buio della mente. Un lampo potente e consapevole, da far luce all'epigrafe di morte che gli avevano etichettato addosso. In alto, in basso, porte socchiuse ovunque. Orizzonti verticali ricuciti a mano dai pensieri. Odore di cenere, cannella e scorza d'arancia sbriciolata tra le dita. Ripose foglio e penna sul comodino e spense l'interruttore della luce. La vita tutta negli occhi adesso. Le parole un grumo nella testa e sul cuscino. Deliranti e impossibili. Quella notte di vento, una mano sul petto, l'altra sulla fronte, seppe il senso della resa. Quello che nasce da un dolore irresponsabile e lento. E fu all'incrocio con l'alba, quando il vento finì, che il suo tempo risuonava già altrove.

Maria Pina Ciancio
(Winterthur, 1965) cura il blog letterario LucaniArt e altri progetti in rete.

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12.10.06

Un posto dove 

posted in Voci - by Mariano per gentile concessione a LucaniArt

di Mariano Lizzadro

Un posto sorridente dove il lutto è la norma
appeso alle mammelle di una ma mamma
mammona fatta di sprechi e ingiustizie

in cui rito e mito si fondono con la storia
con storielle e storiacce di abusi e soprusi

un posto solare dove la donna è sottomessa
in cui ignoranza e cultura vanno a spasso
e spesso si confondono in barbarie civile
fatta di speculazioni e di inquinamenti
un posto bello dove si muore in silenzio
o di vecchiaia o di mercurio e amianto
in cui sorriso e pianto fanno corpo
o anima col pane e l’alcolismo diffuso
e il sopruso non viene considerato un’offesa
un posto elicoidale e avviluppato su se stesso
umbratile schivo e boschivo e un po’ impacciato
ecco questo posto sembrerebbe quasi la Basilicata

(versi inediti, 2006)

Mariano Lizzadro è nato nel 1972 a Potenza dove risiede. Si è laureato in Psicologia con una tesi su Dino Campana. Ha pubblicato Frammenti di viaggio Ed. Appia 2 (1999) e Parole contro Ed. Scriptavolant (2003). Collabora con articoli di letteratura e critica cinematografica al Progetto LucaniArt.

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5.8.06

Mio padre racconta il Novecento 

pposted in Voci - by Teresa per gentile concessione a LucaniArt

di Teresa Armenti

Mia madre "a mirichessa"
Mia madre era analfabeta, però sapeva fare ‘a rocchio[1], a scisciola[2], a vendre[3], ‘u riscende e a risibola[4].
Spesse volte la chiamavano con urgenza.
Anche quando ritornava dalla campagna, prendeva una penna di gallina nera, un anello di argento, una chiave mascolina di ferro e si recava dalle persone. Si faceva il segno della croce e bisbigliava le sue formule, che erano segrete, recitando pure a bassa voce il Pater Noster, l’Ave Maria e il Gloria Pater. Queste formule magiche si potevano trasmettere solo nei giorni di festa che capitavano una volta all’anno, come a Natale, a Pasqua, a S. Giuseppe.
Una volta il medico curante di Castello, don Peppo Lardo, rientrò a casa con la faccia molto gonfia. La moglie lo osservò e disse:
“Tu hai la risibola. Dobbiamo andare a chiamare cumma Tresa ‘u Lazzarotto”.
Rispose lui:
“Sta mangialardeddo
[5] ri Latronico, tutte le ciutizie[6] sai tu”.
Lui era stanco e andò a dormire.
Subito la moglie andò a chiamare mia madre, che accorse con i suoi attrezzi e gli fece la risibola.
Quando il medico si alzò, disse:
- Lo sai, che mi sento meglio!
Rispose la moglie:
- Se non fosse stato per me, che sono andata a chiamare la donna, hai mente a ci cantà
[7]-
Così la faccia gli sgonfiò.
A quei tempi il medico si pagava.
Nella mia famiglia c’erano 3 o 4 visite da pagare. Andò mia madre a casa del dottore:
- Don Peppino, sono venuta a pagarti le visite, perché finora soldi non ne abbiamo avuti; ora mio marito ha fatto delle giornate e quindi il primo pensiero è stato quello di venire da voi-.
Il medico rispose:
- Cumma Teresa, tra medico e medico andiamo pagando le visite! -
E non volle essere pagato.

Alle perse con un carro armato inglese
Un giorno arrivò nei pressi della trincea un carro armato pesante. Io ero nella buca. Già mi arrivavano le briciole della terra sulla testa. Era proprio sopra di me. Stava per scheggiarmi. Mi presi una paura terribile. Ero in attesa della morte. Ad un certo punto il carro armato si fermò e mitragliò nella buca; la bocca del fuoco era alta e le pallottole mi sfioravano quasi la punta dei piedi. Io fermo, immobile, pieno di paura. Il carro armato proseguì il cammino. Arrivato ad un certo punto, gli arrivò un proiettile nei cingoli e il carro armato non poté andare avanti. La situazione si ribaltò. Uscimmo dai nostri nascondigli, eravamo tre o quattro e arrivammo ad una certa distanza dal carro armato.
Gli scaricai addosso una raffica di mitraglia.
Risposero gli Inglesi:
- Basta! Basta! Non sparate più. Siamo vostri prigionieri”
Arrivammo vicino al carro armato. Uscirono, uno alla volta, con le mani in alto. Erano tre inglesi. Passammo la rivista. Tirarono fuori le sigarette e ce le offrirono. Io passai la rivista anche nel carro armato. Trovai tre valigette. Una la lasciai nella mia buca. Accompagnai gli Inglesi al Comando con le altre due valigette. Le aprirono e trovarono tante carte topografiche. Io, dopo averli consegnati, tornai indietro ed andai ad aprire subito la valigetta. Ci trovai le attrezzature per la barba, due macchinette per i capelli, due paia di forbici, una penna stilografica, carte e buste per scrivere. Io e gli altri soldati avevamo i capelli lunghi come maghi; subito mi misi al lavoro e tagliai i capelli a tutti. Venivano anche gli altri che stavano più lontano e addirittura pure i Tedeschi.

Le lenzuola rubate
Nel cantiere, dove riparavamo le tende, ci consegnavano la stoffa che serviva per rattoppare. Era una percallina bella, bianca, che ti veniva il piacere di toccarla. Pensammo di ricavarci anche le lenzuola, perché dormivamo solo con una coperta. Era davvero un peccato non usare questa percallina. Gli Inglesi passavano l’ispezione all’uscita, perché non dovevamo portare niente fuori. Sapevamo anche che non erano generosi: se chiedevi loro qualcosa, si accontentavano di infossarla e non te la davano; quindi dovevamo studiare il modo per non farci accorgere.
Ogni giorno, prendevamo la misura giusta delle lenzuola con il palmo delle mani, stendendo le braccia, tagliavamo la stoffa e la piegavamo con una pazienza ed una precisione. Prima l’avvolgevamo vicino alla vita.
Andò bene per un po’ di tempo.
Qualche italiano, ruffiano, si avvicinava all’ufficiale inglese e nell’orecchio gli sussurrava:
-Mister, gli operai vi fanno fessi, si portano le lenzuola.
-No, non è possibile.
-Eppure ti dico che è vero.
Andavano a controllare e requisivano subito le stoffe.
Noi non ci arrendevamo, mettevamo le lenzuola ben piegate nel berretto. Lo stesso italiano faceva la spia e dopo un poco c’era il controllo. Passammo alle borracce di 2 litri: toglievamo la parte inferiore, lì inserivamo la stoffa; prendevamo, poi, una tela di racana
[8], la bagnavamo per bene, così gli Inglesi credevano che portavamo l’acqua.
Anche questa volta fummo scoperti.
Non sapevamo più dove nasconderle.
Pensammo alle scarpe. Sceglievamo le scarpe di due misure più grandi dei nostri piedi. Piegavamo per bene la percallina e la facevamo entrare nelle scarpe.
Il solito spione:
-Guarda che gli Italiani ti prendono in giro.
L’ufficiale, incredulo, prese anche lui un paio di scarpe e provò ad infilarci il pezzo di stoffa, ma non ci riuscì e non volle più credere a quanto gli veniva riferito.

[1] Mal d’occhio
[2] Cura il male alla lingua
[3] Mal di pancia
[4] Erisipela
[5] Mangiatrice di lardo
[6] Sciocchezze
[7] Il dolore non ti sarebbe passato
[8] Iuta
Teresa Armenti, di anni 56, pensionata, vive ed opera da sempre a Castelsaraceno (Pz). Ha insegnato lettere nella scuola media fino al 2004. Si interessa di storia, poesia, saggistica e letteratura.Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: “Quotidianamente”, Porfidio Moliterno 1993, “La danza di attimi vaganti”, Gabrieli Roma,1996, 2001. “Da Castelsaraceno –Terra di magia lucana” –Settembre 2004. Collabora con il Mensile Il Sirino. Si è interessata della religiosità ed umanità nei romanzi di Pietro Mele e del brigantaggio femminile, tematiche promosse dalla Pro Loco di San Severino Lucano e pubblicate nel 2000. E’ inserita nella raccolta “Voci di donne lucane” curata dalla Regione Basilicata nel novembre 1996. Fa parte della redazione “Il Paese Tra pensieri ed azioni”, periodico locale di Castelsaraceno. È iscritta all’Associazione della Storia Sociale e del Mezzogiorno. E’ impegnata con l’amica e collega Ida Iannella nella ricerca storica, antropologica ed archeologica della sua terra. Insieme hanno pubblicato i seguenti lavori: “Castelsaraceno nella storia della viabilità lucana”, in Bollettino Storico della Basilicata, n. 11, dic. 1995, Osanna Venosa; “Nella magia della fede - La festa del Santo Patrono a Castelsaraceno”, EdiSud Salerno 1996; “S. Angelo al monte Raparo e il culto micaelico”, Ermes Potenza,1998. “Castelsaraceno- La Chiesa Madre: Santo Spirito”, Ed. Gruppo Culturale “Fratelli Guarini” Solofra (Av), ottobre 2004. “Intorno a Planula”, in Rassegna Storica Lucana, n. 37-38, a. 2003, Osanna Venosa. Insieme hanno curato le Schede di lavoro con spunti di riflessione del romanzo “Un anarchico al governo” di Angelica Pezzullo, Editrice Ermes, Potenza, settembre 2003. Nell’ambito della XVI Edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra,” ha ricevuto il 25 marzo 2006, insieme a Ida Iannella, la Medaglia del Presidente della Repubblica, per la costante opera di divulgazione storico-archeologica della Basilicata.
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8.7.06

Poesie sparse 

posted in Voci - by Pietro per gentile concessione a LucaniArt

di Pietro Dommarco

RITRATTO DELLA MIA TERRA

Luci di prima alba

Le querce e i castagni
Si vestono di brezza
Riposano i tigli
Dormono gli ulivi
Nell’aria di fieno
E di bestiame

Un contadino solo
Il sudore semina
Sugli aratri e sulle rughe
Dei fedeli campi

In lontananza
Nugoli di case
E dall’alto
Lento cammino
Di formiche rosse

Poi buio notte cipressi
Fino all’ultima lanterna.
(2001)

***

APOLOGIA DELLA COSCIENZA

Tramortito e silente
Nelle ragnatele della
tristezza,
Dove mi ignora il ragno
inconscio,
Ma l’angoscia d’esser preda
Imbavaglia le mie coscienze.
(2003)

***

PA'

Vorrei fingere
Che le nostre ombre
Siano com’erano

Calpestare il tempo
Che ha eretto
Mura di sguardi

Vorrei sfogarmi
E dirti tanti perdoni

Ma il cammino ha solo
Un cammino.
(2000)

***

STORIE DI POCO CONTO

Il richiamo della terra
È forte e acre
Per lasciare che l’oblio
Prepari i miei abiti

Lungo gli steccati
Fioriscono le voci e
Le invocazioni e i sensi

Tradiscono le nuvole
Disegnate per prendere
In mano gli sguardi

I desideri sono
Spine nel fianco
E te li trovi dietro
Come sassi di fiume

Scorrono veloci
Prima di colpirmi.
(2003)


***

TERRA LUCANA

Sapori acerbi
Tra queste pietre
Di verde e di fiori

Tra le colline
La calma antica
Aromi e canti
Conducono i ricordi

Di fiumi e di vespri
I nostri cuori vivono
Ascoltando i versi
Di foglie e d’autunno
Nella silente pace.
(2001)

***

VIAGGIO DI SOLA ANDATA

Se dei sogni potessi fidarmi
Lascerei che propizino
L’amaca dell’ozio

Ma sono bugiardi
Come le passeggiate
All’ombra della pioggia
Che seducono le scarpe
In pozzanghere vermiglie

È un treno merci
Di puzza e balordi
Il nostro sognare

Un vagone
Senza ritorno

E sto aspettando ancora
La mia maledetta fermata.
(2003)

Pietro Dommarco è nato a Rivello (PZ) nel 1979. Fa parte di Organizzazione Lucana Ambientalista ed è Direttore Editoriale di Lucanianet, gestisce in rete i seguenti siti web:
http://www.lucanianet.it
http://www.olambientalista.it
http://italy.indymedia.org
http://www.ambientebasilicata.ilcannocchiale.it
Il suo sito personale all'indirizzo http://www.pietrodommarco.it/

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17.6.06

Zio Raffaele frittolo e la passata del fico 

posted in Voci - by Rosario per gentile concessione a LucaniArt

di Rosario Castronuovo

La salita impegnativa era corta, e dopo un poco finiva in uno spiazzo che dava su un campo in leggera pendenza, che aveva ancora i graffi dell’aratura dell’anno prima. Sul lato c’era un sentiero fiancheggiato da una fila di querce e sotto ad una di queste, che sembrava più grande delle altre, una fontana.
Alla fine della fila di alberi, c’era una casa bianca dipinta a calce con una porta piccola, verde scuro, chiusa per mantenere l’interno all’ombra e quindi al fresco. Sull’uscio un uomo seduto ad una sedia bassa che da lontano era una macchia nera con il cappello. Sul vestito si notavano le strisce bluastre che il sole rifletteva sul velluto nero. Al suo fianco, in piedi appoggiata all’ombra dello stipite della porta, una ragazzina, che ad occhio poteva avere intorno i dodici anni, vestita con abiti moderni dai colori vivaci.
Quando i tre giunsero alla fontana l’uomo seduto fece dei cenni lenti, ma significativi, affinché si fermassero per non spaventare qualcuno. Giuseppe e la compagna sospettarono che ci fosse in giro un cane pericoloso. Capitava spesso che i contadini che abitavano in campagna, perché castigati da furti e prepotenze, tenessero liberi uno o piu cani di grossa taglia che avevano incattivito, tenendoli alla catena e addestrati a mordere gli estranei quando mancava il padrone. Si sedettero al muretto vicino alla fontana e la mamma strinse ancora piu forte il bambino al petto.
Notarono che il vecchio e la ragazza stavano perfettamente immobili, mentre il vecchio teneva in una mano il capo di un filo che finiva a cappio sull’orlo di un piatto pieno di latte. A breve, ad una decina di metri da loro, nella scarpata incominciarono a muoversi dei fili d’erba come un’onda, un segno che si dirigeva verso il vecchio, fino a quando uscì pigro ed indolente allo scoperto, un grosso cervone. Era un serpente lungo più di due metri e si avvicinò alla ciotola per bere. Fu in quel preciso istante che Zio Raffaele, mentre si alzava dalla sedia, tirò di scatto il filo. Alzando le braccia sollevò il serpente che quasi non si ribellò, come se accettasse la situazione e lo appese ad un ramo del pero dietro casa.
Il vecchio allora fece segno alla famigliola di avanzare, ed una volta vicino, Vito gli chiese "siete voi Zio Raffaele quello che fa la magia per far passare l’ernia ai bambini?". "Così dicono" rispose il vecchio. Zio Raffaele stava seduto al sole, un vestito di velluto nero ed un cappello in testa. Uno di quei cappelli classici, quelli che erano abituati a portare le persone di una certa età e con cui si erano costruiti un personaggio. Sotto la visiera due fessure orizzontali. Occhi che tagliavano l’aria e l’anima di quelli che miravano. Ogni tanto da quel buio profondo spirluceva una scintilla, quasi a far vedere che dietro c’era un fuoco vivo. Giuseppe, incuriosito, e per prendere confidenza, ascoltave la sua voce e per cercare di intuire di che personaggio si trattasse, chiese cosa ne doveva fare del cervone. "Il serpente mi serve perchè, domani a mezzogiorno, quando il sole è alto e quindi fa abbastanza caldo per riuscirci meglio, devo alzargli la pelle dal dorso e prendergli un poco del grasso che ha sotto. Avrei potuto ucciderlo, ma non mi piace e non mi sembra giusto. E poi da morto, il grasso non me lo dà volentieri, perché si irrigidisce e si raffredda. Invece così quando è ben caldo, taglio la pelle sul dorso, gratto il grasso e lo lascio libero. Lui in piena forza e con l’aiuto del sole rimargina la ferita. Questa, oltretutto è una creatura magica ed ingorda di latte. Si racconta che di notte, nelle notti calde d’estate, quando le case erano piene di buchi, perché fatte di canne, tavole e terra impastata, si infilava lentamente, senza far rumore, nel letto delle donne che allattavano e rubava il latte dalle loro mammelle. Per non farsi scoprire, a causa del bambino che presto avrebbe pianto non trovando la mammella, beveva dal seno e infilava la punta della coda nella bocca del neonato. Perfino allora, se scoperto, veniva spaventato ma non ucciso, perché portatore di abbondanza.
Durante le sere d’estate, tante volte veniva sorpreso dal gualano -abile nella cura dei buoi, delle mucche, e nell’aratura- nello spiazzo all’aperto, usato come ricovero per gli animali, che beveva a garganella dalle mammelle delle mucche. Al mattino, quando il gualano andava a liberare le mucche per condurle al pascolo, stava molto attento che gli animali non lo calpestassero e che non gli fosse fatto del male. Se questo fosse successo, la ricchezza di cui era portatore, se ospitato e accudito, si sarebbe tramutata in sciagura. Ho conosciuto una famiglia che grazie alle sue frequenti visite è diventata ricca e fortunata.
Io gli prendo solo un poco di grasso, il necessario, perché domani mattina viene a trovarmi una persona che non riesce a risolvere i dolori alle spalle. I reumatismi lentamente lo stanno incurvando e i medici lo hanno congedato. Dicono che è la vecchiaia e non riescono a farci niente perché è troppo tardi. Se non gli do una mano, sarà costretto a camminare guardando a terra per il resto della sua vita. Il grasso lo sciolgo in un goccio d’olio e glielo spalmo sulla spalla.”
(un inedito di Rosario Castronuovo per LucaniArt tratto da "Zio Raffalele frittolo e la passata del fico)

Rosario Castronuovo è nato il 13 maggio 1950, a Teana (Potenza) dove ha vissuto fino al 1991. Rifare il percorso dei genitori, rimanere soli con i figli lontano faceva paura. Così decise di partire approdando in un’isola felice: l’Emilia Romagna, dove si sente a casa sua. Vive a Fiorano Modenese, incontra poeti e frequenta circoli, recita poesie. Sta imparando a dipingere. Ha pubblicato le raccolte “Il figlio di Giovanni” nel 2001 e nel 2005 “Almeno torni il vento” che rappresentano un omaggio alla sua terra. Molte poesie sono pubblicate su antologie e riviste letterarie, ottenendo recensioni significative.

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30.5.06

Sguardi 

posted in Voci - by Sbloggata per gentile concessione a LucaniArt

di Sbloggata

Sono profondi gli occhi di una donna del sud.
Sono stretti al sapore di un tempo passato, racchiuso tra le trame di un vecchio ricamo.

Sono intensi gli occhi di una donna del sud.
Sono intagliati nel ricordo di una lotta antica combattuta fra i profumi del grano o sotto le stelle sfilacciate dalle luci dei falò.

Sono violenti gli occhi di una donna del sud.
Sono ribelli nei loro segreti gustosi, sono nascosti sotto il palato di una sillaba mai scandita.

Sono silenziosi gli occhi di una donna del sud.
Sono sospirati nelle urla vestite di carbone e profumate di taciuta lievità.

Li conosco bene quegli occhi inariditi dal sole e affaticati dall’aria umida di una serata un po’ stanca. Quegli occhi rugosi che hanno visto cambiare il mondo in una rivoluzione di sensi che ha dimenticato i suoi perché.

Li conosco perché li ho ascoltati nei loro racconti appesantiti dentro lunghe pause che non prendevano fiato ma dilatavano il tempo per caricarlo di sé.

Vi sono occhi che il cielo non può cancellare. Scalfiti sulla roccia o sul sentiero levigato di un antico paese che ha taciuto la sua storia e la sua età.
Vi sono occhi che andrebbero ascoltati, raccontati, illuminati.
... perché è da loro che provengono i nostri sguardi.


Blò è semplicemente Lucana e il suo diario in rete si trova all'indirizzo Sbloggata.it

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9.5.06

Torno 

posted in Voci - by g per gentile concessione a LucaniArt

di Gianfranco De Simone

Perché se ti vedessi altrimenti che filtrata da venature ambrate di zuccherosità caraibiche, o altrove che nelle dure e scorbutiche terre – aride, nonostante le trame di fili ematici che le irrorano – causa del mio esser rizoma, o in ore diverse distanti e dimentiche di questi momenti in cui la mente troppo scava e poco ascolta, non percepirei lancinanti tremiti di dita da sedare in impressioni linguistiche.
Perché se non mi apparissi Città prima che Carne avrei modo di distogliere il pensiero o annegarlo nelle violenze del ricordo.
Ma sei strade di passi, d’incontri meticci, di conti e racconti, di straniata familiarità, di petali secchi a difesa di aromi, di abbozzi di sorrisi in curvature di sguardi più che in lucentezze di iridi. Contraddizioni climatiche di agosti balcanici e turchi. Le umide infusioni slovene e serbe, i tremori di Mostar, la brezza seducente e amica di Sarajevo, i caldi schiaffi di Istanbul. L’antinomia in note di ancestrali narrazioni ebraiche, ritmiche percussività bulgare, visionarietà zingare, circolarità dervisce. E ancora le rigorose arditezze del muezzin e i singhiozzi rebetici.
Inciampi geografici che smarriscono significati per raggiungere senso. Quello che più non si scorge tra le oblique scatole del borgo-gabbia dell’adolescenza, nella tosse mentale di mio padre, nelle ragioni e nei torti degli amici d’infanzia, nella combustione di foglie e resine nascosta all’occhio della Stanca Inquisizione di paese.
Sei irruzione nel ritorno desolato. Perché torno ancora. Come si torna ad un letto vuoto di parole. Per tributo e riconoscenza. Per bere dosi crescenti di senso del perduto sperando d’immunizzarsi contro lo sgomento paralizzante del senso di perdita. Torno, senza pretesa alcuna. Per assistere al compimento dei cicli. Per investirmi di realtà minuta che tradisce remote consuetudinarietà.
Ma se nel ritorno si incontra inaspettatamente Città, inesplorata, insolita, allora il disagio s’incrina. Perché a tornare è anche il fremito dei millepiani scompaginati.
Gianfranco De Simone è nato a Lagonegro in Basilicata e vive a Milano.
Collabora e scrive sulle seguenti riviste telematite Il Marsicano.net - Locanda riformista - In nome della cosa è - Sacripante
Il blog di g. Appunti Rizomatici

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1.5.06

Compar Vittorio 

posted in Voci - by Biru per gentile concessione a LucaniArt

di Biagio Russo


Una bambina scarmigliata, sudata per l’afa e per la corsa, irruppe nella bottega di Vittorio il tabaccaio, sotto le colonne fasciste di Piazza della Croce. L'ometto pingue e calvo, seduto a rovescio, stava sonnecchiando placido sugli avambracci incrociati sullo schienale.
Il caldo pesava sul respiro e sui movimenti gastrici di una digestione lenta ma rumorosa. Persino le mosche, nell’inerzia pomeridiana d’agosto, tacevano tra gli scaffali polverosi e inerti, zeppi di contenitori dalle mille fogge.
La voce della creatura franò senz'argini nella sacra ara della controra: «Cumpà Vittò ha dìtt mamma se mi putît ra ciént lîr r’ spirît».
Alla luce rovente che aveva invaso il negozietto, e contro cui si stagliava la sagoma spigolosa della bimba, Vittorio il tabaccaio oppose un pigro grugnito, mentre la mano tozza e bianchiccia riparò gli occhi feriti dall’irruzione del sole. Si sollevò. Lentamente. Molto lentamente.
La leva sui gomiti gli evitò che le ginocchia informicolite lo ricacciassero sui vimini logori della sedia e si diresse verso un antro che ne inghiottì la rotonda figura.
Solo lo strascicare delle pantofole giungeva alle orecchie della bambina, che nel frattempo cercava di detergere il sudore con il dorso delle manine. Senza però accorgersi delle striature nere che involontariamente si disegnava sull'ovale lentigginoso.
Dopo un po', il trambusto nel ripostiglio cessò. E il lamento delle pantofole anticipò l'epifania di compar Vittorio.
Con una mano reggeva un damigianotto impagliato a metà, da cui si intravedeva lo sciabordare dell’alcool. Il moto ondulatorio accompagnava il lento ritmo tribale dei suoi piccoli passi. Con la sinistra reggeva invece un piccolo imbuto macchiato dal tempo.
La bambina si affrettò a tirar fuori dalla tasca del grembiulino una minuscola bottiglietta di gazzosa, che liberò del sughero. Lo schiocco rimbalzò sotto le travi tarlate. E attese.
«Cummaré sintît si è chist ca vôl mamma vosta».
L’odore familiare le punse le narici, e una smorfia le accostò le labbra al naso, mentre la testolina freneticamente assentiva.
Compar Vittorio richiuse il damigianotto e, lemme lemme, ritornò verso il nulla. La bambina, esterrefatta, con la bottiglietta a mezz’aria, osservava intanto i movimenti del tabaccaio, che ritornato si era appollaiato sulla sedia. Incrociò di nuovo le braccia sullo schienale e richiuse gli occhi, con l’espressione di un beato in paradiso. Silenzio.
La bambina farfugliò qualcosa per attirare l'attenzione e quando capì dai sopraccigli inarcati dell’ometto di essere osservata, sollevò la bottiglietta vuota agitandola più volte, a mo' di campanellino.
«Cumpà Vittò ma...», fu tutto ciò che riuscì a dire.
«Cummarè – rispose dolcemente il bottegaio –, cummarè, ricît a mamma vosta ca cu ciént lîr v’ pozz fa sent sûl addôr».
Mentre la bambina infilava la porta d’uscita, balenando col sole sul collo, compar Vittorio richiuse gli occhi.
Il sospiro che seguì sollevò dal bancone uno sbuffo di polvere, che iniziò a rutilare intorno a un clandestino raggio di sole.
Biagio Russo (Spinoso 1962) è laureato in lettere moderne e insegna. Per anni ha lavorato come redattore editoriale presso le Edizioni Osanna di Venosa. È giornalista pubblicista e ha collaborato con molte testate, quotidiane e periodiche. E' autore e curatore dell'unico sito web dedicato a Leonardo Sinisgalli. E' tra gli organizzatori di ArtEstateSpinoso. Ha pubblicato "Nonna raccontami una storia" (Lavello, 2002), "Il pezzo della salute - Poesia antropologiche" (Ed. Ermes, Potenza 2005).

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